I

 

CORTE DI CASSAZIONE; sezione III civile; ordinanza 4 marzo 2014, n. 5056; Pres. Russo, Rel. Travaglino, P.M. Basile (concl. diff.); Massaro e altri (Avv. De Magistris) c. D’Urso e altra.

 

Danni in materia civile — Danno non patrimoniale — Dan­no da morte immediata — Risarcibilità «iure hereditario» — Rimessione alle sezioni unite (Cod. civ., art. 2059).

 

Va rimessa al primo presidente della Corte di cassazione, affin­ché valuti l’opportunità dell’assegnazione alle sezioni unite, la questione se il danno da morte immediata sia risarcibile iure hereditario. (1)

 

 

II

 

CORTE DI CASSAZIONE; sezione III civile; sentenza 23 gennaio 2014, n. 1361; Pres. Russo, Est. Scarano, P.M. Fre­sa (concl. conf.); Soprani e altri (Avv. Petronio, M. e E. Boccardi) c. Soc. Allianz (Avv. Spadafora), Valentini (Avv. Spadafora) e altro. Cassa App. Milano 10 luglio 2007.

 

Danni in materia civile — Danno non patrimoniale — Natu­ra composita — Ristoro — Integralità — Valutazione equitativa — Apprezzamento delle circostanze concrete — Personalizzazione (Cod. civ., art. 1226, 2059).

Danni in materia civile — Danno non patrimoniale — Dan­no da perdita della vita — Diritto al ristoro — Momento di acquisizione — Trasmissibilità «iure hereditatis» — Valutazione equitativa (Cod. civ., art. 1226, 2059).

 

Posto che: a) la categoria generale del danno non patrimoniale, attinente alla lesione di interessi inerenti la persona non con­­

notati da valore di scambio, è di natura composita e si arti­cola in una pluralità di aspetti, quali il danno morale (da in­­

tendersi nella duplice accezione di patema d’animo e di le­sione alla dignità o all’integrità morale), il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. esistenziale; b) il ristoro pecu­niario del danno non patrimoniale non può mai corrispondere all’esatta commisurazione del pregiudizio, sicché se ne im­pone la valutazione equitativa, da condursi con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, dovendosi considerare in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione e facendo ri­corso a criteri idonei a consentire la personalizzazione del ri­storo, al fine di pervenire a una liquidazione equa, e cioè congrua, adeguata e proporzionata; c) in virtù del principio dell’integralità del ristoro, la liquidazione del danno non patrimoniale non deve essere puramente simbolica o irrisoria o comunque priva di correlazione all’effettiva natura o entità del danno, ma deve tendere, in considerazione della partico­larità del caso concreto, alla maggiore approssimazione pos­sibile all’integrale risarcimento e deve comprendere tutti gli aspetti della composita categoria del danno non patrimonia­le, pur evitando inammissibili duplicazioni, il giudice, nel li­quidare il danno non patrimoniale, deve dare conto del parti­colare significato che ha attribuito al danno morale, e cioè se lo abbia valutato non solo quale patema d’animo, sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva o interiore (danno morale soggettivo), ma anche in termini di dignità o integrità morale e riconoscere il danno da perdita del rapporto parentale o esistenziale in caso di sconvolgimento della vita subìto da uno dei coniugi per la morte dell’altro. (2)

Posto che il danno da perdita della vita (diverso dal danno alla salute, come pure dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale, c.d. catastrofale o catastrofico): a) rileva ex se, nella sua oggettività di perdita del bene principale del­l’uomo, a prescindere dalla consapevolezza che il danneg­giato ne abbia; b) costituisce danno non patrimoniale risar­cibile; c) viene acquisito dalla vittima immediatamente al momento della lesione mortale e, quindi, anteriormente al de­cesso; d) ha funzione compensativa, sì che il relativo credito è trasmissibile iure hereditatis, la sua determinazione compete alla valutazione equitativa del giudice di merito, alla cui pru­dente discrezionalità va rimessa l’individuazione dei criteri che consentano di pervenire alla liquidazione di un ristoro equo, dovendosi escludere sia una soluzione di carattere me­ramente soggettivo, sia la determinazione di un ammontare uguale per tutti, e occorrendo invece procedere alla persona­lizzazione, tenuto conto dell’età della vittima, delle sue con­dizioni di salute, delle speranze di vita futura, dell’attività da lui svolta e delle condizioni personali e familiari. (3)

 

 

I

Cass., ord. 4 marzo 2014, n. 5056

Premesso in fatto. — Che Francesco, Maria e Giuseppina Massaro, con Antonietta Antonelli, nel convenire in giudizio di­nanzi al Tribunale di Cuneo Luciano D’Urso e la compagnia as­sicurativa Unipol, avevano chiesto il risarcimento del danno conseguente alla morte del proprio congiunto, Antonio Massaro, deceduto a seguito di un incidente stradale;

che il decesso (avvenuto a distanza di tre ore) doveva ritener­si pressoché contemporaneo alla collisione dei veicoli condotti, rispettivamente, dal Massaro e dal D’Urso;

che l’adìto tribunale, ascritta la responsabilità del sinistro ad entrambi i conducenti (nella misura del trenta per cento al Mas­saro e del settanta per cento al D’Urso), aveva, tra l’altro, ne­gato il risarcimento per la voce di danno biologico c.d. iure he­reditario;

che la Corte d’appello di Torino, investita dell’impugnazione degli attori in prime cure, aveva confermato in parte qua la sentenza, uniformandosi al principio di diritto, più volte affer­mato da questo giudice di legittimità, secondo il quale non è ri­sarcibile a titolo ereditario il danno biologico in caso di morte sopraggiunta nell’immediatezza come conseguenza del fatto il­lecito;

che, con il quinto motivo dell’odierno ricorso, gli eredi Mas­saro chiedono a questa corte la cassazione del capo di sentenza

che ha rigettato la domanda di risarcimento di tale voce di dan­no.

Osserva in diritto. — 1. – Il quinto motivo del ricorso — che lamenta «violazione e/o falsa e in ogni caso erronea applicazio­ne del combinato disposto di cui agli art. 2043 c.c. e 32 Cost.» — si conclude con il seguente quesito di diritto: «dica la corte se sia legittimo o non negare il risarcimento del danno biologico richiesto iure hereditario dagli stretti congiunti della vittima allorquando la vittima stessa sia immediatamente deceduta a se­guito delle gravi lesioni riportate in un incidente stradale».

2. – Osserva il collegio che, con la sentenza n. 1361 del 23 gennaio 2014 (Foro it., 2014, I, 719, che segue), questa stessa sezione ha affermato il principio secondo il quale deve ritenersi risarcibile iure hereditario il danno da perdita della vita imme­diatamente conseguente alle lesioni riportate a seguito di un in­cidente stradale.

3. – Tale sentenza si pone in consapevole contrasto con la propria, precedente giurisprudenza, che più volte ha avuto modo di pronunciarsi in senso opposto in subiecta materia.

3.1. – In particolare, la pronuncia 6754/11 di questa stessa se­zione (id., 2011, I, 1035), nella scia di una risalente giurispru­denza di legittimità (Cass., sez. un., n. 3475 del 1925, id., 1926, I, 328, cui, nel tempo, si sarebbero conformate, tra le tante, Cass. n. 2654 del 2012, non massimata, e n. 13672 del 2010, id., Rep. 2010, voce Danni civili, n. 283), aveva affermato il princi­pio di diritto dell’irrisarcibilità per via ereditaria del danno da morte immediata.

3.2. – Il principio, come è noto, era stato espressamente posto a fondamento della decisione n. 372 del 1994 della Corte costi­tuzionale (id., 1994, I, 3297), che aveva escluso profili di ille­gittimità costituzionale dell’art. 2043 c.c., in relazione al c.d. «danno biologico da morte», in dipendenza del «limite struttu­rale della responsabilità civile, nella quale sia l’oggetto del ri­sarcimento che la liquidazione del danno devono riferirsi non alla lesione per sé stessa, ma alle conseguenti perdite a carico della persona offesa».

4. – La giurisprudenza di questa sezione si è poi spinta, in tempi più recenti, ad affermare la trasmissibilità agli eredi del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale consistito nella sofferenza morale provata tra l’infortunio e la morte solo se, in tale periodo di tempo, la persona sia rimasta lucida e co­sciente.

5. – La questione venne esaminata funditus nella decisione n. 26972 del 2008 (id., Rep. 2008, voce cit., nn. 189, 191, 213, 226, 272), con la quale le sezioni unite, chiamate a dare risposta a un coacervo di quesiti — posti dall’ordinanza di rimessione n. 4712 del 2008 (id., 2008, I, 1447) — inerenti alla complessa materia della liquidazione del danno non patrimoniale, ebbero modo di affermare che la costante giurisprudenza di legittimità, da una parte, «nega, nel caso di morte immediata o intervenuta a breve distanza dall’evento lesivo, il risarcimento del danno biologico per le perdita della vita (sent. 1704/97, id., Rep. 1997, voce cit., n. 180; 491/99, id., Rep. 2001, voce cit., n. 150; 13336/99, id., Rep. 2000, voce cit., n. 170; 887/02, id., Rep. 2002, voce cit., n. 218; 517/06, id., Rep. 2006, voce cit., n. 248), e d’altra parte lo ammette per la perdita della salute solo se il soggetto sia rimasto in vita per un tempo apprezzabile (sent. 6404/98, id., Rep. 1999, voce cit., n. 200; 9620/03, id., Rep. 2004, voce cit., n. 245; 4754/04, ibid., n. 257; 15404/04, non massimata), ed a questo lo commisura», osservando poi come «venga in considerazione il tema della risarcibilità della soffe­renza psichica, di massima intensità anche se di durata conte­nuta, nel caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo: sofferenza che, non essendo suscettibile di degenerare in danno biologico, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, non può che essere risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione», e concludendo che, «d’altra parte, non può in questa sede essere rimeditato il richiamato in­dirizzo giurisprudenziale, non essendosi manifestato in questa corte un argomentato dissenso».

6. – Sul tema del danno da morte immediata (il tema, cioè, in relazione al quale le sezioni unite avevano escluso la possibilità di rimeditare il costante indirizzo giurisprudenziale della corte in assenza di un argomentato dissenso), una recente sentenza di questa sezione (la 19133/11, id., Rep. 2012, voce cit., n. 200),

ha affermato il principio che, «quando all’estrema gravità delle lesioni segua, dopo un intervallo di tempo brevissimo [...], la

morte, non può essere risarcito il danno biologico ‘terminale’ connesso alla perdita della vita come massima espressione del bene salute, ma esclusivamente il danno morale, dal primo on­tologicamente distinto, fondato sull’intensa sofferenza d’animo conseguente alla consapevolezza delle condizioni cliniche se­guite al sinistro».

7. – Con ampia e articolata motivazione, la pronuncia 1361/14, cit., dopo un lungo excursus sul panorama dottrinario e sui dicta di parte della giurisprudenza di merito, è pervenuta, dunque, ad una diversa conclusione, sulla premessa secondo la quale «la perdita della vita non può lasciarsi, invero, priva di tutela (anche) civilistica», poiché «il diritto alla vita è altro e di­verso dal diritto alla salute», così che la sua risarcibilità «costi­tuisce realtà ontologica ed imprescindibile eccezione al princi­pio della risarcibilità dei soli danni-conseguenza».

8. – Tale decisione, facendo proprie talune indicazioni prove­nienti da quella parte della dottrina che, a vario titolo e con di­sparate argomentazioni, ritiene risarcibile il danno c.d. tanatolo­gico, ha così inteso superare il criterio dell’individuazione di un adeguato periodo di lucidità e di coscienza nella vittima del si­nistro ai fini dell’acquisizione al suo patrimonio di un diritto trasmissibile iure successionis.

9. – Il contrasto di giurisprudenza così generatosi, e la concor­rente particolare importanza della questione induce, pertanto, il collegio a rimettere gli atti del procedimento al primo presidente perché valuti l’esigenza di investire le sezioni unite di questa corte, al fine di definire e precisare per imprescindibili ragioni di certezza del diritto il quadro della risarcibilità del danno non patrimoniale già delineato nel 2008, alla stregua degli ulteriori contributi di riflessione, tra loro discordanti, offerti dalla sezio­ne semplice sul tema del diritto della risarcibilità iure heredita­rio del danno da morte immediata.

 

 

II

Cass. 23 gennaio 2014, n. 1361

Svolgimento del processo. — Con sentenza del 10 luglio 2007, rigettato l’appello in via incidentale spiegato dai sig. Ele­na Focacci e Vanni Panzavolta, la Corte d’appello di Milano ha parzialmente accolto il gravame interposto dalla sig. Cinzia So­prani (in via principale) e dal sig. Mariano Soprani (in via inci­dentale) in relazione alla pronunzia del Tribunale di Milano 29 aprile 2004 di parziale accoglimento della domanda, dai predetti proposta nei confronti del sig. Roberto Valentini e della sua compagnia assicuratrice per la r.c.a. società Ras s.p.a., di risar­cimento: a) dei danni sofferti iure proprio e iure successionis in conseguenza del sinistro stradale avvenuto il 4 aprile 1988 sulla strada statale 254 in località Casemurate del comune di Forlì, all’esito del quale decedeva la sig. Giuliana Panzavolta (rispet­tivamente madre di Cinzia e Mariano Soprani, figlia della Fo­cacci e sorella del Vanni Panzavolta) e riportava gravi lesioni il sig. Marcello Soprani (marito della Giuliana Panzavolta, padre di Cinzia e Mariano Soprani e affine della Focacci e del Vanni Panzavolta); nonché b) dei danni iure proprio e iure successio­nis sofferti per la morte del Marcello Soprani, che in conse­guenza della «depressione indotta dalla perdita della moglie, vittima diretta del sinistro» stradale de quo, circa due anni dopo si suicidava.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito i sig. Mariano e Cinzia Soprani, unitamente ai sig. Elena Focacci e Vanni Panzavolta, propongono ora ricorso per cassazione, affi­dato a sei complessi motivi, illustrati da memoria.

Resistono con separati controricorsi il Valentini e la società Allianz s.p.a. (già Ras s.p.a.), che spiegano entrambi ricorso in­cidentale condizionato sulla base di unico motivo, illustrato da memoria.

Motivi della decisione. — Con il primo motivo i ricorrenti in via principale denunziano violazione degli art. 112, 132 c.p.c., in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 4, c.p.c., nonché viola­zione degli art. 2043, 2059 c.c., 2, 3, 13, 22, 27, 32 Cost., in ri­ferimento all’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c.

Si dolgono che, nel limitarsi a richiamare la motivazione del giudice di prime cure secondo cui «tale diritto non può essersi

consolidato — trasmettendosi agli eredi — essendo trascorso un tempo di circa tre ore e mezza dal fatto al decesso», erronea­­

mente la corte di merito abbia negato il risarcimento del danno da «lesioni mortali» subìto dalla Giuliana Panzavolta e consi­stente nel «danno morale, biologico (anche sotto l’aspetto psi­chico) ed esistenziale» che «non può [non] sorgere, né mutare, per il solo fatto che la morte sopravvenga dopo un tempo più [o] meno apprezzabile, secondo un giudizio postumo espresso da terzi circa detto lasso di tempo», e che si tratta invero di «indi­viduare la misura degli indennizzi dei tre tipi di danno: morale, biologico, esistenziale. Se da un lato è corretto che i danni da lesioni siano correlati alla durata della sopravvivenza, occorre considerare che ciò vale solo per il risarcimento dell’invalidità temporanea, mentre, in caso di lesioni mortali, il danno morale, biologico ed esistenziale, per chi sente finire la propria vita, è assoluto ed incommensurabile. Il danno morale — secondo la giurisprudenza — è di natura istantanea, e non è commisurabile alla durata successiva della vita; quello esistenziale — per chi si sente morire — non può essere da meno».

Lamentano che la corte di merito non ha pronunziato in ordi­ne al pure richiesto risarcimento del danno da «morte propria» subìto dalla Giuliana Panzavolta, atteso che la suindicata moti­vazione «è riferibile chiaramente ai soli danni di natura morale, biologica ed esistenziale, collegati alle lesioni ed alla loro as­soluta gravità che, secondo consolidati principî giurispruden­ziali, debbono essere rapportati al tempo di sopravvivenza, ma non è in alcun modo riferibile ai danni da morte propria, che so­no del tutto svincolati dalla durata della sopravvivenza», sicché invero omessa risulta la considerazione del ristoro anche del «danno da morte propria» della vittima.

Lamentano che erroneamente la corte di merito ha fatto nel caso riferimento alla necessità della sussistenza di un certo lasso di tempo tra il fatto evento dannoso e la morte, giacché «le vit­time di incidenti mortali maturano iure proprio il diritto ad es­sere risarciti del danno non patrimoniale quando la morte non sia istantanea», e nella specie «la morte della Panzavolta è so­pravvenuta dopo oltre tre ore e dopo che aveva chiesto, al per­sonale del pronto soccorso, dei propri familiari».

Si dolgono non avere la corte di merito considerato che il danno da morte della vittima è altro e diverso dal danno biolo­gico dalla medesima sofferto, e che «anche il diritto alla vita è un bene costituzionalmente tutelato, sebbene non sia così espressamente menzionato nella Carta costituzionale. Ciò di­scende dalla combinata lettura dell’art. 27, che vieta la pena di morte, dell’art. 2, che garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (fra cui il principale è certo il diritto alla vita), e degli art. 13, 22, 32, che tutelano la persona sotto vari aspetti, ponendola sul gradino più alto dei diritti riconosciuti».

Lamentano essersi dalla corte di merito erroneamente consi­derato non risarcibile alla vittima il danno subìto in ragione della propria morte, argomentando dal rilievo che il «danno da morte … è danno alla vita, il quale non sarebbe configurabile perché la vittima, morendo, perde la capacità giuridica e quindi non ha più diritto d’essere risarcita per la propria morte», lad­dove «il codice di procedura penale trasmette ai parenti prossi­mi i diritti della persona offesa deceduta in conseguenza del reato e, quindi, riconosce anche il diritto al risarcimento del danno trasmesso agli eredi», sicché, «se nello stesso istante co­incidono la morte, il danno da morte, la perdita dei diritti da parte della vittima e la successione nei diritti da parte degli ere­di, allora non si possono favorire gli omicidi, consentendo di non pagare, direttamente alla vittima (e, per essa, agli eredi) il risarcimento del danno provocato uccidendola».

Lamentano ulteriormente che la «coesistenza, nello stesso istante, di tali eventi, non può e non deve essere interpretata nel senso favorevole al reo, risparmiandogli la sanzione civile del risarcimento del danno alla vittima, ma nel senso contrario, im­ponendogli di risarcire alla vittima, e per lei ai suoi eredi, il danno derivato dalla perdita della vita, che è il danno più asso­luto che una persona possa subire. Si tratta — quindi — di un danno non patrimoniale (biologico, morale ed esistenziale, o come diversamente lo si voglia chiamare), trasmissibile agli eredi».

Deducono ancora che «siffatta interpretazione delle conse­guenze della coincidenza, nello stesso istante, della morte e del correlato diritto al risarcimento, che favorisca la vittima invece dell’omicida, ha la stessa identica dignità — logica e giuridica

— della corrente interpretazione contraria che, dalla contestua­lità della morte, fa discendere la perdita del diritto al risarci­­

mento da morte propria. Se tutto è contestuale, non è logico, né costituzionale, ritenere l’interpretazione che nega alla vittima il diritto al risarcimento del danno, biologico e morale, da morte propria, solo perché la sua vita finisce: nella contestualità il di­ritto sorge e, nella stessa contestualità, si trasferisce agli eredi».

«Si tratta», precisano i ricorrenti, «del danno al bene assoluto alla vita, diverso dal danno alla salute, costituzionalmente tute­lato (sia in sede nazionale sia in sede europea) … infatti … an­che la Costituzione europea, norma sopranazionale, all’art. 61 scrive: ‘La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispet­tata e tutelata’ e all’art. 62 aggiunge: ‘Ogni persona ha diritto alla vita’. E … il mancato riconoscimento del diritto dedotto dai ricorrenti comporta pure la violazione della Costituzione euro­pea».

Osservano che «il riconoscimento del diritto all’indennizzo dei danni da morte propria ha già diversi sostenitori (non solo in dottrina, ma anche) in giurisprudenza» e che «la sentenza n. 15760 del 12 luglio 2006 (Foro it., Rep. 2006, voce Danni civi­li, n. 252) . . . in motivazione entra espressamente nel tema ri­conoscendo il diritto in trattazione»; ancora, che la giurispru­denza ha in più occasioni riconosciuto alla vittima il danno biologico da morte e il danno morale da morte, considerandolo trasmissibile agli eredi.

Lamentano non essersi dalla corte di merito considerato che «è loro dovuto, iure hereditatis, il risarcimento del danno biolo­gico, morale ed esistenziale subìto dalla vittima (per la morte provocata dalle lesioni mortali) da liquidare in via equitativa».

Con il secondo motivo denunziano violazione dell’art. 112 c.p.c., «violazione, errata interpretazione o mancata applicazio­ne» degli art. 2043, 2059 c.c., in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c.; nonché «insufficiente, contraddittoria, omessa» motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, 1° comma, n. 5, c.p.c.

Lamentano che erroneamente la corte di merito non ha liqui­dato il «risarcimento dei danni non patrimoniali (danno morale, biologico ed esistenziale)» subìto per la «morte del padre, suici­datosi in seguito alla depressione indotta dalla perdita della mo­glie, vittima diretta del sinistro».

Si dolgono che, dopo avere la corte di merito riconosciuto che «l’accertato collegamento tra la morte del Soprani e quella della moglie a seguito dell’incidente incide sulla quantificazione del danno», nell’impugnata sentenza la questione non risulti essere stata più a tal fine dalla stessa presa in considerazione e valoriz­zata.

Lamentano che non solo il danno morale ed esistenziale sof­ferto dal proprio padre per la morte della di lui moglie e loro madre deve essere ristorato e considerato loro trasmissibile iure hereditatis, ma anche il «danno non patrimoniale da essi subìto per la morte del padre, suicidatosi», essendosi «visti privare del genitore, sia pure in seguito a suicidio, trattandosi di suicidio derivato dal sinistro», giacché, «se una delle ragioni del suicidio è la morte della moglie cagionata dal sinistro, allora anche la morte di Marcello Soprani è una delle conseguenze di quel fat­to, ed è fonte di danno indennizzabile agli eredi».

Con il terzo motivo denunziano «violazione, errata interpre­tazione o mancata applicazione» degli art. 2043, 2059 c.c., in ri­ferimento all’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c.; nonché «insuffi­ciente, contraddittoria, omessa» motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, 1° comma, n. 5, c.p.c.

Si dolgono che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto nel caso «congrua» la liquidazione operata dal giudice di prime cure in favore della Focacci e del Vanni Panzavolta, ravvisan­dola corrispondente «ai normali parametri liquidatori» e argo­mentando dal rilievo che «gli appellanti, al di là di una generica censura» non avevano fornito «alcun elemento utile per disco­starsene», laddove essi «avevano dedotto, in appello, l’inade­guatezza delle liquidazioni ricevute, siccome non corrispondenti ai criteri in uso presso il foro di Milano (le ben note tabelle, adottate praticamente in tutta Italia). Chiedendone, di conse­guenza, adeguato aumento».

Lamentano che la corte di merito è invero pervenuta a liqui­dare importi inferiori addirittura al minimo previsto dalle tabelle di Milano, da considerarsi per la notorietà e diffusione raggiunta «alla stregua degli usi o consuetudini».

Con il quarto motivo denunziano violazione degli art. 112, 163, 342 c.p.c., «violazione, errata interpretazione o mancata applicazione» degli art. 2043, 2059, 2909 c.c., 5 l. n. 57 del 2001, 138 cod. assicurazioni, in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c.; nonché «omessa e/o carente, contradditto­ria, non congrua» motivazione su punto decisivo della contro­versia, in relazione all’art. 360, 1° comma, n. 5, c.p.c.

Si dolgono che il danno morale sofferto dal Marcello Soprani sia stato liquidato all’attualità, ma con importo non compren­dente gli interessi, in quanto «è ben noto che le tabelle attualiz­zano la pura sorte e non anche gli interessi».

Lamentano che il «danno biologico psichico del Soprani» da depressione è stato apoditticamente stimato nella percentuale del trenta per cento, invero incongrua atteso che, «se nei primi momenti la salute del Soprani poteva avere subìto un danno li­mitato (sia esso al trenta per cento o in diversa misura), è certa una evoluzione, sicuramente negativa, in peius, tale che l’inva­lidità mentale del Soprani ha certamente raggiunto il cento per cento, al momento del suicidio».

Si dolgono che il danno biologico psichico del Soprani sia stato liquidato considerandosi solamente l’età ai fini della rela­tiva personalizzazione.

Lamentano che il danno biologico fisico del Soprani, superio­re ai 9 punti, è stato liquidato con «una somma inferiore a quella stabilita dalla l. 57/01 e dall’art. 138 cod. assicurazioni».

Si dolgono che anziché aumentare, come richiesto, quanto li­quidato dal giudice di prime cure a titolo di indennizzo per il danno esistenziale, «ivi compreso quanto di spettanza del de­funto padre Marcello», la corte di merito abbia negato il ristoro di tale voce di danno in quanto non domandato né provato, lad­dove «nella specie Cinzia e Mariano Soprani non si sono limi­tati a dedurre ‘tutti i danni’ ma hanno pure specificato ‘sotto qualsiasi aspetto risarcibile’, formula che certamente include anche il danno esistenziale».

Con il quinto motivo denunziano violazione degli art. 112, 132, 324, 342, 343, 345 c.p.c., in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 4, c.p.c., violazione degli art. 2043, 2059, 2697, 2909 c.c., in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c.

Si dolgono che la corte di merito abbia liquidato il danno iure proprio subìto dal Mariano e dalla Cinzia Soprani per «la morte della madre … e non anche per quella del padre».

Lamentano che il danno è stato liquidato con importi non cor­rispondenti a quelli previsti dalle tabelle di Milano e senza rela­tiva adeguata personalizzazione in riferimento a ciascuno dei essi, ma con meccanica divisione per due degli importi presi in considerazione.

Con il sesto motivo denunziano violazione degli art. 112, 324, 342, 343, 345 c.p.c., in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 4, c.p.c., violazione degli art. 2909 c.c., in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c.; nonché «carenza o difetto di con­gruità» della motivazione su punto decisivo della controversia,

in relazione all’art. 360, 1° comma, n. 5, c.p.c.

Si dolgono che la corte di merito abbia erroneamente rifor­mato il capo della condanna di controparte al pagamento delle spese di lite del giudizio di primo grado, giacché in assenza di impugnazione incidentale della medesima, su di esso si è conse­guentemente formato il giudicato.

Con unico motivo la ricorrente incidentale società Allianz s.p.a. (già Ras s.p.a.) denunzia violazione dell’art. 345 c.p.c., in relazione all’art. 360, 1° comma, n. 4, c.p.c.

Si duole che la corte di merito erroneamente non abbia di­chiarato inammissibile la domanda di risarcimento del danno da morte, non proposta nel giudizio di primo grado, e dal Mariano e Cinzia Soprani introdotta per la prima volta solo in appello.

Con unico motivo il ricorrente incidentale Valentini denunzia violazione dell’art. 345 c.p.c., in relazione all’art. 360, 1° com­ma, n. 4, c.p.c.

Si duole che la corte di merito erroneamente non abbia di­chiarato inammissibile la domanda di risarcimento del danno da morte, non proposta nel giudizio di primo grado, e dal Mariano e Cinzia Soprani introdotta per la prima volta solo in appello.

I motivi dei ricorsi, principale e incidentali, possono con­giuntamente esaminarsi, in quanto connessi.

Infondati e da rigettarsi quelli dei ricorsi incidentali, i motivi del ricorso principale sono fondati e vanno accolti nei termini e limiti di seguito indicati.

Va anzitutto osservato che la ristorabilità del danno non pa­trimoniale costituisce ormai regola di diritto effettivo.

La tradizionale interpretazione che negava la generale risarci­bilità del danno non patrimoniale in ragione dell’insuscettibilità di valutazione economica degli interessi personali lesi, limitan­dola ad ipotesi eccezionali, risulta da tempo superata.

Essa si basava sulla concezione paneconomica del diritto pri­vato, sulla quale ha peraltro decisivamente inciso l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che anche nei rapporti della vita comune di relazione ha determinato l’assunzione di preminente rilievo del principio della centralità della persona e della tutela dei suoi valori.

La coscienza sociale ha avvertito l’insopprimibile esigenza di non lasciare priva di ristoro la lesione di valori costituzional­mente garantiti, dei diritti inviolabili e dei diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti all’integrità psico-fisica e alla salute, all’onore e alla reputazione, all’integrità familiare (v. Cass. 31 maggio 2003, n. 8827, id., 2003, I, 2273; 31 mag­gio 2003, n. 8828, ibid., 2272; Corte cost. 14 luglio 1986, n. 184, id., 1986, I, 2053. V., altresì, Cass. 7 novembre 2003, n. 16716, id., Rep. 2004, voce cit., n. 177; 14 giugno 2007, n. 13953, id., 2008, I, 1990), allo svolgimento della personalità e alla dignità umana.

Il ristoro della lesione dei diritti inviolabili e dei diritti fon­damentali mediante l’attribuzione di una somma di denaro non assolve ad una funzione punitiva, propria invero di altri settori dell’ordinamento (cfr. Cass. 8 febbraio 2012, n. 1781, id., 2012, I, 1449; 12 giugno 2008, n. 15814, id., Rep. 2008, voce cit., n. 157; 19 gennaio 2007, n. 1183, id., 2007, I, 1460), e nemmeno deterrente, né costituisce la reintegrazione di una diminuzione patrimoniale, ma vale a compensare un pregiudizio non econo­mico (v. Cass. 8 agosto 2007, n. 17395, id., 2008, I, 1549; 31 maggio 2003, n. 8827, cit.).

L’indennizzo non ha e non può avere funzione reintegrativa nemmeno delle sofferenze morali e dei «torti giuridici» subiti, essendo invero volto a tutelare l’esigenza di assicurare al dan­neggiato un’adeguata riparazione come utilità sostitutiva (cfr. Cass. 14 febbraio 2000, n. 1633, id., Rep. 2001, voce cit., n. 203; 25 febbraio 2000, n. 2134, id., Rep. 2000, voce cit., n. 169; 2 aprile 2001, n. 4783, id., 2001, I, 3197; 30 luglio 2002, n. 11255, non massimata; 23 febbraio 2005, n. 3766, id., 2006, I, 2463; 25 maggio 2007, n. 12253, id., Rep. 2007, voce cit., n. 259).

La non patrimonialità — per non avere il bene persona un prezzo — del diritto leso, che va tenuta distinta dalla natura pa­trimoniale o non patrimoniale del danno, comporta che, diver­samente da quello patrimoniale, del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equi­tativa (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, id., Rep. 2008, voce cit., n. 189; 31 maggio 2003, n. 8828, cit. E già Cass. 5 aprile 1963, n. 872, id., Rep. 1963, voce Responsabilità civile, n. 303. Cfr., altresì, Cass. 10 giugno 1987, n. 5063, id., Rep. 1987, voce Danni civili, n. 224; 1° aprile 1980, n. 2112, id., Rep. 1980, voce cit., n. 119; 11 luglio 1977, n. 3106, id., Rep. 1977, voce cit., n. 97).

La valutazione equitativa è diretta a determinare «la compen­sazione economica socialmente adeguata» del pregiudizio, quella che «l’ambiente sociale accetta come compensazione equa» (in ordine al significato che nel caso assume l’equità, v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, id., 2011, I, 2274).

Subordinata all’esistenza del danno risarcibile e alla circo­stanza dell’impossibilità o estrema difficoltà di prova nel suo preciso ammontare, attenendo pertanto alla quantificazione e non già all’individuazione del danno (non potendo valere a sur­rogare il mancato assolvimento dell’onere probatorio imposto all’art. 2697 c.c.: v., da ultimo, Cass. 11 maggio 2010, n. 11368, non massimata; 6 maggio 2010, n. 10957, id., Rep. 2010, voce Diritti d’autore, n. 95; 10 dicembre 2009, n. 25820, ibid., voce Responsabilità civile, n. 258), la valutazione equitativa deve es­sere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza so­ciale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione.

Come avvertito anche in dottrina, l’esigenza di una tenden­ziale uniformità della valutazione di base della lesione non può d’altro canto tradursi in una preventiva tariffazione della perso­­

na, rilevando aspetti personalistici che rendono necessariamente individuale e specifica la relativa quantificazione nel singolo

caso concreto (cfr. Cass. 31 maggio 2003, n. 8828, cit.).

Il danno non patrimoniale non può essere liquidato in termini puramente simbolici o irrisori o comunque non correlati all’ef­fettiva natura o entità del danno (v. Cass. 12 maggio 2006, n. 11039, id., Rep. 2006, voce Danni civili, n. 286; 11 gennaio 2007, n. 392, id., Rep. 2007, voce cit., n. 384; 11 gennaio 2007, n. 394, ibid., n. 385), ma deve essere congruo.

Per essere congruo il ristoro deve tendere, in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del dan­no, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risar­cimento (v. Cass. 30 giugno 2011, n. 14402, id., 2011, I, 2274; sez. un. 11 novembre 2008, n. 26972, cit.; 29 marzo 2007, n. 7740, id., Rep. 2008, voce cit., n. 324. Nel senso che il risarci­mento deve essere senz’altro «integrale» v., peraltro, Cass. 17 aprile 2013, n. 9231, id., Mass., 303).

Si profila altrimenti l’operare dell’istituto del danno differen­ziale, proprio dei sistemi indennitari e di dubbia compatibilità viceversa con quello della r.c.a., prospettandosi a tale stregua il rischio che vengano a risultare (quantomeno parzialmente) vani­ficate le ragioni che di quest’ultimo hanno a suo tempo deter­minato l’introduzione nell’ordinamento.

Nell’operare la ricostruzione del sistema dei danni con indi­cazione delle «regole generali della tutela risarcitoria non pa­trimoniale» alla stregua di una lettura costituzionalmente orien­tata dell’art. 2059 c.c. (cfr. Corte cost. 11 luglio 2003, n. 233, id., 2003, I, 2201), costituente principio informatore della mate­ria, fondamentale rilievo le sezioni unite del 2008 hanno asse­gnato al principio dell’integralità del risarcimento, sottolinean­do la necessità che si pervenga a «ristorare interamente il pre­giudizio, ma non oltre» (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit.).

Emerge a tale stregua, da un canto, l’illegittimità dell’apposi­zione di una limitazione massima non superabile alla quantifi­cazione del ristoro dovuto (v. infra); e, per altro verso, l’inde­fettibile necessità che nessuno degli aspetti di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale, la cui sussi­stenza risulti nel caso concreto accertata, rimanga priva di risto­ro, dovendo essere essi presi tutti in considerazione a fini della determinazione dell’ammontare complessivo del risarcimento conseguentemente dovuto al danneggiato/creditore (v. Cass. 30 giugno 2011, n. 14402, cit.; 7 giugno 2011, n. 12273, id., 2011, I, 2708; 9 maggio 2011, n. 10108, id., Rep. 2011, voce cit., n. 355; 6 aprile 2011, n. 7844, ibid., n. 242; 13 maggio 2011, n. 10527, id., 2011, I, 2709).

Come questa corte ha già avuto modo di porre in rilievo (v. Cass. 13 maggio 2011, n. 10527, cit.; 6 aprile 2011, n. 7844, cit.), all’esito delle pronunzie delle sezioni unite del 2008 la categoria del danno non patrimoniale risulta delineata in termini di categoria concernente ipotesi di lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, di natura com­posita, articolantesi in una pluralità di aspetti (o voci), con fun­zione meramente descrittiva, quali il danno morale, il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. danno esistenziale (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit.; v., altresì, Cass., sez. un., 19 agosto 2009, n. 18356, id., Rep. 2009, voce cit., n. 336, e, da ultimo, Cass. 19 febbraio 2013, n. 4043, id., Mass., 129).

Le sezioni unite del 2008 hanno inteso il danno morale quale patema d’animo o sofferenza interiore o perturbamento psichi­co, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale sog­gettivo), a tale stregua recependo la relativa tradizionale conce­zione affermatasi in dottrina e consolidatasi in giurisprudenza (in precedenza volta a limitare la risarcibilità del danno non pa­trimoniale alla sola ipotesi di ricorrenza di una fattispecie inte­grante reato).

Con riferimento all’art. 2059 c.c., ribadendo l’impossibilità di prescindersi dal dato normativo (in tali termini, v. già Cass. 12 giugno 2006, n. 13546, id., Rep. 2006, voce cit., n. 197) e dalla relativa interpretazione andata maturando nel tempo (cfr. Cass. 11 giugno 2009, n. 13547, id., Rep. 2009, voce cit., n. 291), si è dalle sezioni unite escluso che la formula «danno morale» indi­vidui «un’autonoma sottocategoria di danno».

Sottolineandosi che né l’art. 2059 c.c. né l’art. 185 c.p. ne fanno menzione, e «tantomeno lo dicono rilevante solo se sia transitorio», il danno morale si è ravvisato indicare solamente

uno dei molteplici, possibili pregiudizi di tipo non patrimoniale, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé

considerata, la cui intensità e durata nel tempo rilevano non già ai fini dell’esistenza del danno, bensì della mera quantificazione del relativo ristoro.

Facendo richiamo a pronunzie (in particolare a Cass. 9 no­vembre 2005, n. 21683, id., Rep. 2006, voce cit., n. 299, e a Cass. 25 febbraio 2004, n. 3806, id., Rep. 2004, voce cit., n. 286) che del danno morale (così come di quello biologico) ave­vano accordato il risarcimento in correlazione con il tempo di vita effettiva, a tale stregua «postulandone la permanenza» in vita, le sezioni unite del 2008, innovando rispetto al precedente orientamento maturato nella giurisprudenza di legittimità, sono pervenute a negare che la sofferenza morale sia necessariamente transeunte, ben potendo l’effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo, superando pertanto la tesi che restringeva o limi­tava la categoria del danno non patrimoniale alla mera figura del c.d. danno morale soggettivo transeunte.

In epoca successiva alle sentenze delle sezioni unite del 2008, il danno morale è stato dal legislatore definito quale «sofferenza e turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla di­gnità della persona» [art. 5, 1° comma, lett. c), d.p.r. 3 marzo 2009, n. 37 (recante «regolamento per la disciplina dei termini e delle modalità di riconoscimento di particolari infermità da cau­se di servizio per il personale impiegato nelle missioni militari all’estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali, a norma dell’art. 2, commi 78 e 79, l. 24 dicembre 2007 n. 244»), poi abrogato dall’art. 2269, 1° comma, n. 385, d.leg. 15 marzo 2010 n. 66 (codice dell’ordinamento militare), con la decorrenza pre­vista dall’art. 2272, 1° comma, medesimo d.leg. 66/10], nonché quale «pregiudizio non patrimoniale costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal fatto lesivo in sé considerato» [d.p.r. 30 ottobre 2009 n. 181 («regolamento recante i criteri medico-legali per l’accertamento e la determinazione dell’individualità e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrori­smo e delle stragi di tale matrice, a norma dell’art. 6 l. 3 agosto 2004 n. 206»)].

La qualificazione del danno morale in termini di dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità uma­na, desumibile dall’art. 2 Cost. in relazione all’art. 1 della carta di Nizza, contenuta nel trattato di Lisbona (ratificato dall’Italia con l. 2 agosto 2008 n. 190), risulta peraltro già da tempo rece­pita (anche) dalla giurisprudenza di legittimità (v. Cass. 12 di­cembre 2008, n. 29191, id., Rep. 2009, voce cit., n. 381; 11 giu­gno 2009, n. 13530, ibid., n. 335; 10 marzo 2010, n. 5770, id., Rep. 2011, voce cit., n. 327), che, nel segnalarne l’ontologica autonomia, in ragione della diversità del bene protetto, attinente alla sfera della dignità morale della persona, ha sottolineato la conseguente necessità di tenersene autonomamente conto, ri­spetto agli altri aspetti in cui si sostanzia la categoria del danno non patrimoniale, sul piano liquidatorio.

Laddove i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica inte­riore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, avente tendenzialmente portata onnicompren­siva (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit., e, successivamente, Cass. 13 maggio 2011, n. 10527, cit.), sotto quest’ultimo profilo si è escluso che il valore dell’integrità mo­rale possa stimarsi in una mera quota minore del danno alla sa­lute, e di potersi fare ricorso a meccanismi semplificativi di tipo automatico (v. Cass. 26 giugno 2013, n. 16041, id., Mass., 500; 13 dicembre 2012, n. 22909, id., Rep. 2012, voce cit., n. 244; 12 settembre 2011, n. 18641, id., Rep. 2011, voce cit., n. 269; 19 gennaio 2010, n. 702, id., Rep. 2010, voce cit., n. 358), in quanto inidonei a consentire di cogliere il punto di riferimento dai giudici di merito in concreto preso in considerazione nel ca­so di specie ai fini della debita personalizzazione della liquida­zione del danno morale; nonché di far intendere in quali termini si sia al riguardo tenuto conto della gravità del fatto, delle con­dizioni soggettive della persona, dell’entità della relativa soffe­renza e del turbamento dello stato d’animo, al fine di potersi es­sa considerare congrua e adeguata risposta satisfattiva alla le­sione della dignità umana (v. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2228, id., 2012, I, 1802).

La definizione del danno morale è pertanto venuta ormai a connotarsi di significati ulteriori rispetto al mero patema d’ani­mo, alla sofferenza interiore o perturbamento psichico, secondo la relativa accezione come detto accolta dalle sezioni unite del

2008. E il danno morale, inteso quale lesione della dignità o in­tegrità morale, massima espressione della dignità umana, assu­me specifico e autonomo rilievo nell’ambito della composita categoria del danno non patrimoniale, anche laddove la soffe­renza interiore non degeneri in danno biologico o in danno esi­stenziale (v. Cass. 26 giugno 2013, n. 16041, cit.; 16 febbraio 2012, n. 2228, cit. V., altresì, Cass. 20 novembre 2012, n. 20292, id., Rep. 2012, voce cit., n. 195, e, da ultimo, Cass. 3 ottobre 2013, n. 22585, id., 2013, I, 3433).

L’autonomo rilievo del danno morale, ai fini della liquidazio­ne del danno non patrimoniale, rispetto al danno biologico e al danno esistenziale, trova significativa espressione pure sotto il profilo del danno morale terminale (v. infra).

Come questa corte ha già avuto modo di affermare, la natura non patrimoniale del danno morale non osta alla cedibilità del­l’acquisito diritto di credito al relativo risarcimento e alla sua trasmissibilità iure hereditatis (v. Cass. 3 ottobre 2013, n. 22601, in questo fascicolo, parte prima).

Il danno biologico costituisce aspetto, ulteriore e diverso dal danno morale, che della categoria generale prevista dall’art. 2059 c.c. concorre ad integrare il contenuto.

Dalle sezioni unite del 2008 si è preso atto che il danno bio­logico è normativamente definito in termini di lesione psicofisi­ca (temporanea o permanente) accertabile in sede medico-legale (art. 5, 3° comma, l. n. 57 del 2001, in tema di responsabilità ci­vile auto; art. 13 d.leg. 23 febbraio 2000 n. 38, in tema di assi­curazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro e degli infortu­ni professionali; art. 138 e 139 d.leg. 7 settembre 2005 n. 209, c.d. codice delle assicurazioni private).

Osservando che nel codice delle assicurazioni private (d.leg. n. 209 del 2005) viene fatto espressamente riferimento (anche) alla negativa incidenza di tale lesione sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, le sezioni unite hanno al riguardo sottolineato la generale valenza e il carattere vincolante di tale figura, sintesi dei «risultati ormai definitivamente acquisiti di una lunga elaborazione dottrinale e giurisprudenziale» (così Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit.).

Originariamente dalla Corte costituzionale considerato risar­cibile ex art. 2059 c.c. (v. Corte cost. 26 luglio 1979, n. 88, id., 1979, I, 2542), il danno biologico è stato dalla stessa Corte co­stituzionale, al fine di sottrarlo ai limiti risarcitori posti da tale norma, successivamente ritenuto risarcibile ai sensi dell’art. 2043 c.c., ravvisato applicabile a tutti i pregiudizi di carattere non patrimoniale subiti in dipendenza dell’illecito, ivi ricompre­si quelli corrispondenti alla menomazione dell’integrità fisica in sé e per sé considerata (v. Corte cost. 14 luglio 1986, n. 184, cit.).

Nel superare la relativa configurazione in termini di danno-evento (elaborata da Corte cost. n. 184 del 1986, cit., e accolta quindi nella giurisprudenza di legittimità: v. Cass. 23 giugno 1990, n. 6366, id., Rep. 1991, voce cit., n. 81) e affermare la ri­sarcibilità dei soli danni-conseguenza, il danno biologico è stato quindi sempre dalla Corte costituzionale nuovamente ricondotto nell’ambito dell’art. 2059 c.c. (v. Corte cost. 27 ottobre 1994, n. 372, id., 1994, I, 3297).

Orientamento quest’ultimo dapprima confermato dalle sen­tenze gemelle, Cass. n. 8827 del 2003, cit., e n. 8828 del 2003, cit., e quindi posto dalle sezioni unite del 2008 a base, come as­sioma, dell’operata ricostruzione sistematica del danno non pa­trimoniale.

Nel danno biologico si considerano ormai da tempo ricom­prese numerose figure, quali il c.d. «danno estetico» (v., da ul­timo, Cass. 16 maggio 2013, n. 11950, id., Mass., 388) e il c.d. «danno alla vita di relazione», anch’esso ritenuto (dopo essere stato originariamente considerato un aspetto del danno patrimo­niale, quale impossibilità o anche mera difficoltà, per colui che ha subìto menomazioni fisiche, di reinserirsi nei rapporti sociali e di mantenere questi ad un livello normale, sì da diminuire o annullare, secondo i casi, le possibilità di collocamento e di si­stemazione del danneggiato: v. Cass. 10 marzo 1992, n. 2840, id., 1993, I, 1960; 9 novembre 1977, n. 4821, id., Rep. 1977, voce cit., n. 33; 3 giugno 1976, n. 2002, id., Rep. 1976, voce cit., n. 25; 5 dicembre 1975, n. 4032, id., Rep. 1975, voce cit., n. 37; 11 maggio 1971, n. 1346, id., Rep. 1971, voce cit., n. 119; 24 aprile 1971, n. 1195, ibid., n. 119 bis, rientrante nel concetto di danno alla salute, e pertanto solo a tale titolo liquidabile (v.

Cass. 21 marzo 1995, n. 3239, id., Rep. 1995, voce cit., n. 148; e, da ultimo, Cass. 16 agosto 2010, n. 18713, id., Rep. 2011, vo­ce Responsabilità civile, n. 477; 13 luglio 2011, n. 15414, ibid., voce Danni civili, n. 282). Ancora, il danno da impotenza ses­suale, da malattie nervose, insonnia, alterazioni mentali: figure tutte elaborate dalla giurisprudenza al fine di ovviare ai limiti ri­sarcitori imposti dalla tradizionale rigorosa interpretazione del­l’art. 2059 c.c.

Con riferimento al danno biologico, la natura non patrimo­niale si è escluso essere ostativa alla cedibilità dell’acquisito di­ritto di credito al relativo risarcimento e alla sua trasmissibilità iure hereditatis (v. Cass. 3 ottobre 2013, n. 22601, cit.).

Terzo aspetto o voce di danno non patrimoniale è rappresen­tato dal danno da perdita del rapporto parentale o c.d. danno esi­stenziale.

Come questa corte ha già avuto modo di osservare, le sezioni unite del 2008 hanno in proposito significativamente precisato che:

a) in presenza di reato (è sufficiente che il fatto illecito si configuri anche solo astrattamente come reato: v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit. E già Cass., sez. un., 6 di­cembre 1982, n. 6651, id., 1983, I, 1630. Da ultimo, v. Cass. 6 aprile 2011, n. 7844, cit.), superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte ed affermata la ri­sarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia acce­zione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (rectius, nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile, ove costituisca conseguenza della lesio­ne almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dal­l’ordinamento positivo, ivi comprese le convenzioni internazio­nali (come la convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo), e cioè purché sussista il requisito dell’ingiustizia generica secondo l’art. 2043 c.c., la tutela penale costituendo si­curo indice di rilevanza dell’interesse leso;

b) in assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché con­­

seguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona.

Fattispecie quest’ultima considerata integrata ad esempio in caso di sconvolgimento della vita familiare provocato dalla per­dita di un congiunto (c.d. danno da perdita del rapporto paren­tale), in quanto il «pregiudizio di tipo esistenziale» consegue alla lesione dei «diritti inviolabili della famiglia (art. 2, 29 e 30 Cost.)».

In tali ipotesi, hanno precisato le sezioni unite, vengono in considerazione pregiudizi che, attenendo all’esistenza della per­sona, per comodità di sintesi possono essere descritti e definiti come esistenziali, senza che ciò possa tuttavia riverberare in termini di configurazione di una «autonoma categoria di danno» (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit. Conforme­mente, nel senso che il «danno c.d. esistenziale non costituisce voce autonomamente risarcibile, ma è solo un aspetto dei danni non patrimoniali di cui il giudice deve tenere conto nell’adegua­re la liquidazione alle peculiarità del caso concreto, evitando pe­raltro duplicazioni risarcitorie, v., da ultimo, Cass. 30 novembre 2011, n. 25575, id., Rep. 2011, voce cit., n. 273; 9 marzo 2012, n. 3718, id., Rep. 2012, voce cit., n. 193; 12 febbraio 2013, n. 3290, id., Mass., 105).

Altri pregiudizi di tipo esistenziale, si è dalle sezioni unite sottolineato, attinenti alla sfera relazionale della persona ma non conseguenti a lesione psicofisica, e quindi non rientranti nel­l’ambito del danno biologico, sono risarcibili ove siano conse­guenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona diverso dal diritto alla integrità psicofisica.

Al contrario di quanto da alcuni dei primi commentatori so­stenuto, e anche in giurisprudenza di legittimità a volte affer­mato (v. Cass. 13 maggio 2009, n. 11048, id., Rep. 2009, voce cit., n. 386, e, da ultimo, Cass. 12 febbraio 2013, n. 3290, cit.), deve escludersi che le sezioni unite del 2008 abbiano negato la configurabilità e la rilevanza a fini risarcitori (anche) del c.d. danno esistenziale.

Al di là della qualificazione in termini di categoria, nelle pro­nunzie del 2008 risulta infatti confermato che, quale sintesi ver­bale (in tali termini, v. già Cass. 12 giugno 2006, n. 13546, cit.), gli aspetti o voci di danno non patrimoniale non rientranti nel­l’ambito del danno biologico, in quanto non conseguenti a le­­

sione psicofisica, ben possono essere definiti come esistenziali, attenendo alla sfera relazionale della persona, autonomamente e

specificamente configurabile allorquando la sofferenza e il do­lore non rimangano più allo stato intimo ma evolvano, seppure non in «degenerazioni patologiche» integranti il danno biologi­co, in pregiudizi concernenti aspetti relazionali della vita [v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit. Nel senso che il danno biologico può sostanziarsi nel «danno alla salute» che risulti «il momento terminale di un processo patogeno originato dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo, e che in persone predisposte da par­ticolari condizioni (debolezza cardiaca, fragilità nervosa, ecc.), anziché esaurirsi in un patema d’animo o in uno stato di ango­scia transeunte, può degenerare in un trauma fisico o psichico permanente, alle cui conseguenze in termini di perdita di qualità personali, e non semplicemente al pretium doloris in senso stretto, va allora commisurato il risarcimento», v. già Corte cost. 27 ottobre 1994, n. 372, cit.)].

Il danno esistenziale si è dunque ravvisato costituire un pecu­liare aspetto del danno non patrimoniale, distinto sia dal danno morale che dal danno biologico, con i quali concorre a compen­diare il contenuto della generale ed unitaria categoria del danno non patrimoniale.

Essendo il c.d. danno esistenziale privo di fonte normativa (a meno di non voler in proposito valorizzare il richiamato riferi­mento agli aspetti relazionali contenuti nella definizione nor­mativa del danno biologico, con la conseguenza peraltro di an­corarne la considerazione al mero ricorrere di quest’ultimo, lad­dove il danno esistenziale può invero ricorrere anche in assenza di danno biologico e di danno morale: v. oltre), le sezioni unite del 2008 hanno ripreso la nozione da esse stesse posta nel 2006.

Del tutto correttamente, non apparendo revocabile in dubbio che è il principio di effettività [il quale designa la regola che vi­ve nella realtà dell’ordinamento, come essa è applicata nella ri­soluzione dei casi concreti della vita di relazione, il significato che ne emerge alla stregua dell’evoluzione conseguente al rela­tivo affinamento in ragione del costante adeguamento al sentire sociale (regola effettiva): cfr. Cass., sez. un., 11 luglio 2011, n. 15144, id., 2011, I, 2254], del quale la giurisprudenza costitui­sce naturale e principale indice (v. Cass. 11 maggio 2009, n. 10741, id., 2010, I, 141), a dover in tal caso orientare l’inter­prete (v. Cass., sez. un., 24 marzo 2006, n. 6572, id., 2006, I, 1344).

Orbene, il danno esistenziale si è dalle sezioni unite ravvisato consistere nel pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, inducendolo a scelte di vita diversa quanto all’espressione e realizzazione della sua per­sonalità nel mondo esterno. In altri termini, nel «danno conse­guenza della lesione», sostanziantesi nei «riflessi pregiudizie­voli prodotti nella vita dell’istante attraverso una negativa alte­razione dello stile di vita» (così Cass., sez. un., 24 marzo 2006, n. 6572, cit.).

Per aversi danno esistenziale è quindi indefettibilmente ne­cessario che la lesione riverberi sul soggetto danneggia­to/creditore in termini tali da alterarne la personalità, inducen­dolo a cambiare (stile di) vita, a scelte di vita diversa (in tali termini, v. Cass. 5 ottobre 2009, n. 21223, id., Rep. 2010, voce cit., n. 260), in senso ovviamente peggiorativo (per il riferi­mento al mero peggioramento della qualità della vita conse­guente allo stress ed al turbamento per il rischio del verificarsi di gravi malattie, v., invero, Cass., sez. un., 15 gennaio 2009, n. 794, id., 2009, I, 717), rispetto a quelle che avrebbe adottato se non si fosse verificato l’evento dannoso.

Siffatto aspetto risulta nelle sentenze delle sezioni unite del 2008 tenuto invero pienamente in considerazione, potendo allo­ra ben dirsi che alla stregua della regola vigente in base al prin­cipio di effettività è l’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, lo sconvolgimento (il riferimento allo «sconvolgi­mento delle abitudini di vita» si rinviene già in Cass. 31 maggio 2003, n. 8827, cit.) foriero di «scelte di vita diverse», in altre parole lo sconvolgimento dell’esistenza, a peculiarmente con­notare il c.d. danno esistenziale, caratterizzandolo in termini di autonomia rispetto sia alla nozione di danno morale elaborata dall’interpretazione dottrinaria e giurisprudenziale (e successi­vamente recepita dal legislatore) sia a quella normativamente

fissata di danno biologico (a tale stregua cogliendosi una sicura diversità con quanto al riguardo indicato dalla norma del codice

delle assicurazioni).

In alcuni passaggi dello snodo motivazionale le sezioni unite del 2008 sembrano voler restringere invero la considerazione del pregiudizio di tipo esistenziale alla mera ipotesi della lesio­ne del «rapporto parentale», formula rievocante quella adope­rata da Cass. n. 8827 del 2003, cit.

Non sembra peraltro revocabile in dubbio che lo «sconvolgi­mento» connotante il danno esistenziale ben può conseguire an­che laddove un rapporto di parentela invero difetti, come ad esempio in caso di convivenza more uxorio [per l’affermazione che il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito concre­tatosi in un evento mortale va riconosciuto — con riguardo sia al danno morale, sia a quello patrimoniale, che presuppone, pe­raltro, la prova di uno stabile contributo economico apportato, in vita, dal defunto al danneggiato — anche al convivente more uxorio del defunto stesso, quando risulti dimostrata tale relazio­ne caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale, v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12278, id., Rep. 2011, voce cit., n. 254; 16 settembre 2008, n. 23725, id., Rep. 2009, voce cit., n. 243. E già Cass. 28 marzo 1994, n. 2988, id., Rep. 1994, voce cit., n. 149. V., altresì, in giurisprudenza di me­rito, Trib. Milano 13 novembre 2009, id., Rep. 2010, voce Parte civile, n. 32. Nel senso che il danno non patrimoniale va risto­rato pure in caso di mero «rapporto affettivo», avente carattere di «serietà e stabilità», anche a prescindere dalla coabitazione, v. Cass. 21 marzo 2013, n. 7128, id., Mass., 223. Con riferi­mento al danno da perdita del rapporto parentale subita da sog­getti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i ni­poti, il genero o la nuora), per la ritenuta necessità di una situa­zione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allar­gate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si espli­ca la personalità di ciascuno, ai sensi dell’art. 2 Cost., v. Cass. 16 marzo 2012, n. 4253, id., 2012, I, 2393. Anteriormente alla recentissima riforma della filiazione di cui alla l. n. 219 del 2012 e al relativo decreto delegato, di attuazione (d.leg. n. 154 del 2013), per l’interpretazione secondo cui i fratelli naturali non sono parenti, v. Corte cost. 23 novembre 2000, n. 532, id., Rep. 2001, voce Successione ereditaria, n. 101].

Il pregiudizio esistenziale o da rottura del rapporto parentale non consiste allora nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita, ma si sostanzia nello scon­volgimento dell’esistenza rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, in scelte di vita diversa (v. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2228, cit.; 13 maggio 2011, n. 10527, cit.; 6 aprile 2011, n. 7844, cit. Diversamente, v. Cass. 8 ottobre 2007, n. 20987, id., Rep. 2007, voce Danni civili, n. 304, peral­tro anteriore alle sentenze delle sezioni unite del 2008).

Nella norma di cui all’art. 612 bis c.p., ove al di là della sof­ferenza interiore risulta presa specificamente in considerazione l’alterazione delle abitudini di vita, questa corte (v. Cass. 20 novembre 2012, n. 20292, cit., e, da ultimo, Cass. 3 ottobre 2013, n. 22585, cit.) ha di siffatta interpretazione ravvisato indi­retto e sintomatico riscontro.

Ribadendosi che il danno non patrimoniale iure proprio del congiunto è ristorabile in caso non solo di perdita ma anche di mera lesione del rapporto parentale (con riferimento al danno morale in favore dei prossimi congiunti della vittima di lesioni colpose, v. Cass. 3 aprile 2008, n. 8546, id., Rep. 2008, voce cit., n. 211; 14 giugno 2006, n. 13754, id., Rep. 2006, voce cit., n. 259; 31 maggio 2003, n. 8827, cit.; sez. un. 1° luglio 2002, n. 9556, id., 2002, I, 3060; 1° dicembre 1999, n. 13358, id., Rep. 2000, voce cit., n. 190. E già Cass. 2 aprile 1998, n. 4186, id., Rep. 1998, voce cit., n. 136), il danno esistenziale o da sconvol­gimento dell’esistenza è stato nella giurisprudenza di legittimità in particolare ravvisato integrato dall’abbandono del lavoro per potersi dedicare esclusivamente alla cura del figlio, bisognevole di assistenza in ragione della gravità delle riportate lesioni psi­cofisiche (v. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2228, cit.; 6 aprile 2011, n. 7844, cit.); dall’«assolutezza del sacrificio di sé» nell’assi­stenza verso il piccolo figlio macroleso (v. Cass. 12 settembre 2011, n. 18641, cit.; 13 gennaio 2009, n. 469, id., Rep. 2009,

voce cit., n. 395); dall’impossibilità per una ragazza ventenne di fare la modella all’esito di intervento di chirurgia plastica con effetti deturpanti sul seno (v. Cass. 28 agosto 2009, n. 18805, id., Rep. 2010, voce Sanità pubblica, n. 483); dall’impossibilità di realizzare la propria «opzione di vita» consistente nell’ottene­re il collocamento a riposo in ragione del mancato accredito di contributi da parte del datore di lavoro (v. Cass. 10 febbraio 2010, n. 3023, ibid., voce Previdenza sociale, n. 461); dall’im­possibilità di espletare l’attività di imprenditore per illegittima revoca di autorizzazione di polizia (v. Cons. Stato, sez. VI, 8 settembre 2009, n. 5266, ibid., voce Responsabilità civile, n. 276).

Si è invece escluso che il c.d. danno esistenziale rimanga in­tegrato da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie e «ogni altro ti­po di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale» (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26974, id., Rep. 2009, vo­ce Danni civili, n. 301; 13 novembre 2009, n. 24030, ibid., n. 328), in stress o violazioni del diritto alla tranquillità (v. Cass. 9 aprile 2009, n. 8703, ibid., n. 338. Contra, per la risarcibilità del danno da stress a causa della ricerca del proprio veicolo oggetto di rimozione forzata, v. peraltro Cass. 23 marzo 2011, n. 6712, id., Rep. 2011, voce cit., n. 214) ovvero ad altri diritti «immagi­nari» (per la qualificazione in tali termini del diritto al «tempo libero», v. Cass. 4 dicembre 2012, n. 21725, id., 2013, I, 493).

Va al riguardo ulteriormente osservato che il danno esisten­ziale da perdita del rapporto parentale si è da questa corte invero ritenuto configurabile e rilevante non solo quale degenerazione del danno morale ma anche in termini meramente oggettivi, in quanto di per sé indice di sconvolgimento della vita meritevole di ristoro autonomamente e a prescindere dalla ricorrenza del danno morale, dalla sofferenza interiore cioè per la perdita del rapporto parentale.

Tale ipotesi si è in particolare ravvisata ricorrere in caso di determinatasi necessità di iniziare a lavorare per far fronte ad una situazione di indigenza insorta in conseguenza della morte del congiunto che in precedenza aveva assicurato una condizio­ne di agiatezza (per il riferimento al «danno esistenziale» deri­vato «dall’improvviso e radicale mutamento delle loro condi­zioni di vita e dall’essersi trovati in una grave situazione d’indi­genza» a causa dell’«improvvisa perdita di qualsiasi fonte di reddito», v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26974, cit., ove si fa peraltro riferimento ai «patimenti e alle angosce» deri­vate ai danneggiati dalla sopravvenuta situazione d’indigenza, cui la compagnia assicuratrice non aveva posto rimedio, colpo­samente tardando per oltre cinque anni la corresponsione del­l’indennizzo); ovvero di aver dovuto abbandonare il lavoro svolto da anni per adattarsi a svolgerne un altro del tutto diverso (v. Cass. 9 marzo 2012, n. 3718, cit.).

Come questa corte ha già avuto più volte modo di affermare, il danno esistenziale da perdita del rapporto parentale non può

in ogni caso considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno (per il rilievo che ben può accadere, sia pur non frequen­temente, che la perdita di un congiunto non cagioni danno rela­zionale o danno morale o alcuno di essi, v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12273, cit.; 20 novembre 2012, n. 20292, cit., e, da ultimo, Cass. 3 ottobre 2013, n. 22585, cit.) bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit.; 11 novembre 2008, n. 26973, id., 2009, I, 120; 11 novembre 2008, n. 26974, cit.; 11 novembre 2008, n. 26975, id., Rep. 2009, voce cit., n. 287).

Esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. (v. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2228, cit.; 13 maggio 2011, n. 10527, cit.).

L’allegazione a tal fine necessaria, si è da questa corte preci­sato, deve in realtà concernere fatti precisi e specifici del caso concreto, essere cioè circostanziata e non già purchessia for­mulata, non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico (v. Cass. 13 maggio 2011, n. 10527, cit.; 25 settembre 2012, n. 16255, non massimata).

Anche per il danno esistenziale da perdita del rapporto pa­rentale va osservato che la natura non patrimoniale non osta alla cedibilità dell’acquisito diritto di credito al relativo risarcimento

e alla sua trasmissibilità iure hereditatis (cfr. Cass. 3 ottobre 2013, n. 22601, cit.).

Come già più sopra ribadito, la diversità ontologica dei suin­dicati aspetti (o voci) di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale impone che, in ossequio al principio (dalle sezioni unite del 2008 assunto ad assioma) della integra­lità del risarcimento dei danni nello specifico caso concreto su­biti dal danneggiato (o dal creditore) in conseguenza del fatto illecito extracontrattuale (ovvero dell’inadempimento delle ob­bligazioni), essi, in quanto sussistenti e provati, vengano tutti ri­sarciti, e nessuno sia lasciato privo di ristoro (v., da ultimo, Cass. 23 aprile 2013, n. 9770, non massimata; 17 aprile 2013, n. 9231, cit.; 7 giugno 2011, n. 12273, cit.; 9 maggio 2011, n. 10108, cit.).

Lo stesso fenomeno si verifica, d’altro canto, relativamente al danno patrimoniale.

È noto che quest’ultimo si scandisce in danno emergente e lucro cessante, e ciascuna di queste «categorie» o «sottocatego­rie» è a sua volta compendiata da una pluralità di voci o aspetti o sintagmi, quali ad esempio il mancato conseguimento del bene dovuto o la perdita di beni integranti il proprio patrimonio, il c.d. fermo tecnico, le spese (di querela per l’avvocato difensore, per il consulente tecnico, funerarie, ecc.) (danno emergente); o la perdita della clientela, l’irrealizzazione di rapporti contrat­tuali con terzi, il discredito professionale, la perdita di presta­zioni alimentari o lavorative, la perdita della capacità lavorativa specifica (lucro cessante).

Aspetti o voci che ovviamente non ricorrono tutti sempre e comunque in ogni ipotesi di illecito o di inadempimento, e il cui ristoro dipende dalla verifica della loro sussistenza, con conse­guente differente entità del quantum da liquidarsi al danneggia­to/creditore nel singolo caso concreto.

Senza che la relativa considerazione ai fini della determina­zione del complessivo aumentare dovuto dal danneggian­te/debitore si consideri per ciò stesso una duplicazione risarcito­ria.

Perplessità evoca, a tale stregua, la riduttiva interpretazione secondo cui «la più recente giurisprudenza di questa corte ha precisato che i danni non patrimoniali di cui all’art. 2059 c.c. comprendono tutti i pregiudizi non connotati dalla patrimonia­lità, e che la categoria non può essere suddivisa in diverse sot­tovoci suscettibili di autonomo risarcimento (danno esistenziale, danno alla vita di relazione, estetico, morale, biologico, ecc.), come si è spesso verificato in passato nella prassi giurispruden­ziale» (in tali termini, v. Cass. 28 agosto 2009, n. 18805, cit.).

Una siffatta lettura delle sentenze del 2008 è in realtà smen­tita, oltre che da altra sentenza della stessa sezione III [v. Cass. 30 ottobre 2009, n. 23056, non massimata, ove si afferma che «le sezioni unite di questa corte, nella sentenza 11 novembre 2008, n. 26973, cit., hanno chiarito in termini definitivi ed ap­paganti che il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c. è categoria generale, non suscettibile di divisione in sottocatego­rie variamente etichettate, di modo che il riferimento a determi­nati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno mora­le, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), ri­sponde ad esigenze descrittive, ma non implica il risarcimento di distinte categorie di danno». Analogamente v., da ultimo, Cass. 9 marzo 2012, n. 3718, cit.)], da decisioni di altre sezioni semplici (v. la citata Cass. 5 ottobre 2009, n. 21223) e delle stesse sezioni unite.

Va al riguardo per converso sottolineato che, al di là di af­fermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della li­quidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. preclu­derebbe la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (v. Cass. 12 febbraio 2013, n. 3290, cit.; 14 maggio 2013, n. 11514, id., Mass., 374), viene poi generalmente (anche in tali decisioni) a darsi comunque rilievo alla circostanza che nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale il giudi­ce abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalità di at­teggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto, facendo luogo, in sede di personalizzazione della liquidazione, al correlativo incremento del dato tabellare di partenza (cfr., da ultimo, Cass. 23 settembre 2013, n. 21716, ibid., 690).

Emerge evidente come rimanga a tale stregua invero sostan­zialmente osservato il principio dell’integralità del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli

aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non essendovi in realtà dif­­

ferenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo com­plessivamente dovuto mediante la somma dei vari «addendi» e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci.

Nella giurisprudenza di legittimità si è per altro verso sottoli­neato che il principio dell’integralità del ristoro subìto da que­st’ultimo non si pone invero in termini antitetici ma trova per converso correlazione con il principio in base al quale il dan­neggiante/debitore è tenuto al ristoro solamente dei danni arre­cati con il fatto illecito o l’inadempimento a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone invero di evitarsi anche duplicazioni risarcitorie (v. Cass. 30 giugno 2011, n. 14402, cit.; 14 settembre 2010, n. 19517, id., Rep. 2010, voce cit., n. 353).

Duplicazioni risarcitorie si configurano solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del danneggia­to/creditore.

In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato er­roneamente sottostimato, rileva non già il «nome» assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore («biologico», «morale», «esistenziale»), ma unicamente il concreto pregiudi­zio preso in esame dal giudice.

Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass. 30 giugno 2011, n. 14402, cit.; 6 aprile 2011, n. 7844, cit. In tal senso deve intendersi invero anche quanto affermato anche da Cass., sez. un., 16 febbraio 2009, n. 3677, id., 2009, I, 3073: «Il c.d. danno esistenziale … costitui­sce solo un ordinario danno non patrimoniale, che non può esse­re liquidato separatamente sol perché diversamente denomina­to»).

È invero compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo alla relativa integrale riparazio­ne (v. Cass. 13 maggio 2011, n. 10527, cit.; sez. un. 11 novem­bre 2008, n. 26972, cit.).

Le sezioni unite del 2008 avvertono che i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, cui viene ricono­sciuta «portata tendenzialmente onnicomprensiva».

In tal senso è da intendersi la statuizione secondo cui la soffe­renza morale non può risarcirsi più volte, allorquando essa non rimanga allo stadio interiore o intimo ma si obiettivizzi, degene­rando in danno biologico o in danno esistenziale.

Non condivisibile è invece l’assunto secondo cui, allorquando vengano presi in considerazione gli aspetti relazionali, il danno biologico assorbe sempre e comunque il c.d. danno esistenziale (in tal senso, v., invece, Cass. 18 febbraio 2010, n. 3906, id., Rep. 2010, voce cit., n. 350; 30 novembre 2009, n. 25236, ibid., n. 271).

È infatti necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazio­ne/cambiamento della personalità del soggetto, in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il signifi­cato pregnante [per un’ipotesi di ritenuta esaustività della liqui­dazione operata dal giudice di merito del danno non patrimo­niale (subìto da gestante non posta in condizione, per errore diagnostico, di decidere se interrompere la gravidanza) utiliz­zando, come parametro di riferimento, quello di calcolo del danno biologico, espressamente al riguardo indicando in moti­vazione che «la fattispecie costituiva un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni più minute come in quelle più importanti, una vita diversa e peggiore, di quella che avrebbe altrimenti condotto», v. Cass. 4 gennaio 2010, n. 13, ibid., n. 267].

In presenza di una liquidazione del danno biologico che con­templi in effetti anche siffatta negativa incidenza sugli aspetti

dinamico-relazionali del danneggiato, è correttamente da esclu­dersi la possibilità che, in aggiunta a quanto a tale titolo già de­terminato, venga attribuito un ulteriore ammontare a titolo (an­che) di danno esistenziale.

Analogamente deve dirsi allorquando la liquidazione del dan­no morale sia stata espressamente estesa anche ai profili rela­zionali nei termini propri del danno esistenziale (cfr. Cass. 15 aprile 2010, n. 9040, ibid., voce Circolazione stradale, n. 372, ove si è ravvisato essere indubbio che il giudice del merito, nel liquidare il «danno morale» dei genitori per la morte del figlio all’esito di sinistro stradale, avesse nel caso tenuto in considera­zione anche la «perdita del rapporto parentale», sottolineando non assumere al riguardo «rilievo il nomen iuris adottato dal giudice e dalle parti» bensì «i tipi di pregiudizio che vengono complessivamente risarciti nella liquidazione del danno non pa­trimoniale da fatto configurabile come reato»; Cass. 16 settem­bre 2008, n. 23725, cit.).

Laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati invece presi in considerazione (del tutto ovvero secondo i profili peculiar­mente connotanti il c.d. danno esistenziale), dal relativo ristoro non può invero prescindersi [corretta appare l’affermazione, nel caso peraltro riferita al «comportamento illecito che oggettiva­mente presenti gli estremi del reato», secondo cui i danni ex art. 2059 c.c. debbono essere liquidati «in unica somma, da deter­minarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patri­moniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichi­che; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)», che si rinviene in Cass. 17 settembre 2010, n. 19816, ibid., voce Danni civili, n. 318].

Come già più sopra osservato, il ristoro del danno non patri­moniale è imprescindibilmente rimesso alla relativa valutazione equitativa.

Con particolare riferimento alla liquidazione del danno alla salute, si è in giurisprudenza costantemente affermata la neces­sità per il giudice di fare luogo ad una valutazione che, moven­do da una «uniformità pecuniaria di base», la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto di­versa da soggetto a soggetto, risponda altresì a criteri di elasti­cità e flessibilità, per adeguare la liquidazione all’effettiva inci­denza della menomazione subita dal danneggiato a tutte le cir­costanze del caso concreto (cfr., in particolare, Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.; sez. un. 11 novembre 2008, n. 26972, cit. E già Corte cost. 14 luglio 1986, n. 184, cit.).

Si è a tale stregua esclusa la possibilità di applicarsi in modo «puro» parametri rigidamente fissati in astratto, giacché, non es­sendo in tal caso consentito discostarsene, risulta garantita la prevedibilità delle decisioni ma assicurata invero una ugua­glianza meramente formale, e non già sostanziale.

Del pari inidonea si è ravvisata una valutazione rimessa alla mera intuizione soggettiva del giudice, e quindi, in assenza di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parità di lesioni, sostanzialmente al suo mero arbitrio.

Se una siffatta valutazione vale a teoricamente assicurare un’adeguata personalizzazione del risarcimento, non altrettanto può infatti dirsi circa la parità di trattamento e la prevedibilità della decisione (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit., ove si sottolinea come la circostanza che lesioni della stessa entità, patite da persone della stessa età e con conseguenze identiche, siano liquidate in modo fortemente difforme non possa ritenersi una mera circostanza di fatto ma integra una vera e propria «violazione della regola di equità»).

I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono essere idonei a consentire altresì la c.d. personalizzazione del danno (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit.; 29 marzo 2007, n. 7740, cit.; 12 giugno 2006, n. 13546, cit.), al fine di addivenirsi ad una liquidazione congrua, sia sul piano dell’ef­fettività del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione — nel rispetto delle diversità proprie dei singoli casi concreti — sul territorio nazionale (v. Cass. 12 luglio 2006, n. 15760, cit.).

In tema di liquidazione del danno, e di quello non patrimo­niale in particolare, l’equità si è in giurisprudenza intesa nel si­gnificato di «adeguatezza» e di «proporzione», assolvendo alla fondamentale funzione di «garantire l’intima coerenza dell’or­­

dinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale», con eliminazione delle «disparità di tratta­mento» e delle «ingiustizie» [così Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.: «equità non vuol dire arbitrio, perché quest’ultimo, non scaturendo da un processo logico-deduttivo, non potrebbe mai essere sorretto da adeguata motivazione. Alla nozione di equità è consustanziale l’idea di adeguatezza e di proporzione. Ma anche di parità di trattamento. Se infatti in casi uguali non è realizzata la parità di trattamento, neppure può dirsi corretta­mente attuata l’equità, essendo la disuguaglianza chiaro sintomo dell’inappropriatezza della regola applicata. Ciò è tanto più vero quando, come nel caso del danno non patrimoniale, ontologica­mente difetti, per la diversità tra l’interesse leso (ad esempio, la salute o l’integrità morale) e lo strumento compensativo (il de­naro), la possibilità di una sicura commisurazione della liquida­zione al pregiudizio areddituale subìto dal danneggiato; e tutta­via i diritti lesi si presentino uguali per tutti, sicché solo un’uni­formità pecuniaria di base può valere ad assicurare una tenden­ziale uguaglianza di trattamento, ad un tempo sintomo e garan­zia dell’adeguatezza della regola equitativa applicata nel singolo caso, salva la flessibilità imposta dalla considerazione del ‘par­ticolare’»].

I criteri da adottarsi al riguardo debbono consentire pertanto una valutazione che sia equa, e cioè adeguata e proporzionata (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.), in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristora­re il pregiudizio effettivamente subìto dal danneggiato, a tale stregua pertanto del pari aliena da duplicazioni risarcitorie (v. Cass. 13 maggio 2011, n. 10527, cit.; 6 aprile 2011, n. 7844, cit.), in ossequio al principio per il quale il danneggiante e il de­bitore sono tenuti al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento ad essi causalmente ascrivibile (v. Cass. 13 maggio 2011, n. 10527, cit.; 6 aprile 2011, n. 7844, cit.).

Ne consegue che con la quantificazione di un ammontare che si prospetti non congruo rispetto al caso concreto, in quanto ir­ragionevole e sproporzionato per difetto o per eccesso (v. Cass. 31 agosto 2011, n. 17879, id., Rep. 2011, voce cit., n. 299), e pertanto sotto tale profilo non integrale, il sistema di quantifica­zione verrebbe per ciò stesso a palesarsi inidoneo a consentire al giudice di pervenire ad una valutazione informata ad equità, le­gittimando i dubbi in ordine alla sua legittimità.

Valida soluzione si è ravvisata essere invero quella costituita dal sistema delle tabelle (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.; sez. un. 11 novembre 2008, n. 26972, cit. V., altresì, Cass. 13 maggio 2011, n. 10527, cit.).

Pur se oggetto di forti critiche in dottrina, essendosi il sistema tabellare ritenuto lesivo della dignità umana, da epoca risalente il giudice, anche laddove non imposto dalla legge, fa ricorso al­l’ausilio di tabelle (v. Cass. 9 gennaio 1998, n. 134, id., 1998, I, 409).

Tale sistema, d’altro canto, costituisce solo una modalità di calcolo tra le molteplici utilizzabili (per l’adozione, quanto al danno morale da reato, del criterio della «odiosità» della con­dotta lesiva, e quanto al c.d. danno esistenziale, del criterio le­gato al «clima di intimidazione» creato nell’ambiente lavorativo dal comportamento del datore di lavoro e al «peggioramento delle relazioni» interne al nucleo familiare in conseguenza di esso, v. Cass. 19 maggio 2010, n. 12318, id., 2010, I, 2018).

Le tabelle, siano esse giudiziali o normative, sono uno stru­mento idoneo a consentire al giudice di dare attuazione alla clausola generale posta all’art. 1226 c.c. (v. Cass. 19 maggio 1999, n. 4852, id., 1999, I, 2874), non già di derogarvi; e di ad­divenire ad una quantificazione del danno rispondente ad equità, nell’effettiva esplicazione di poteri discrezionali, e non già ri­spondenti ad arbitrio (quand’anche «equo»).

Lo stesso legislatore, oltre alla giurisprudenza, ha fatto ad es­se espressamente riferimento.

In tema di responsabilità civile da circolazione stradale, il d.leg. n. 209 del 2005 ha introdotto la tabella unica nazionale per la liquidazione delle invalidità c.d. micropermanenti (i cui importi sono stati da ultimo aggiornati con d.m. 6 giugno 2013, in G.U. 14 giugno 2013, n. 138).

Già anteriormente era stato previsto (con d.m. 3 luglio 2003, e a far data dall’11 settembre 2003) un regime speciale per il danno biologico lieve o da micropermanente (fino a 9 punti).

In assenza di tabelle normativamente determinate, come ad esempio per le c.d. macropermanenti e per le ipotesi diverse da

quelle oggetto del suindicato decreto legislativo, il giudice fa normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi se­guite nei diversi tribunali (per l’affermazione che tali tabelle co­stituiscono il c.d. «notorio locale», v., in particolare, Cass. 1° giugno 2010, n. 13431, Foro it., Rep. 2011, voce cit., n. 286), la cui utilizzazione è stata dalle sezioni unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personaliz­zazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutan­do nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichi­che patite dal soggetto leso, al fine «di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza» (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, cit.).

Preso atto che le tabelle di Milano sono andate nel tempo as­sumendo e palesando una «vocazione nazionale», in quanto re­canti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell’equità valutativa e ad evitare (o quantomeno ridur­re) — al di là delle diversità delle condizioni economiche e so­ciali dei diversi contesti territoriali — ingiustificate disparità di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell’art. 3, 2° comma, Cost., questa corte è pervenuta a ritenerle valido criterio di valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. delle lesioni di non lieve entità (dal dieci per cento al cento per cento) conseguenti alla circolazione (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.; 30 giugno 2011, n. 14402, cit.).

Essendo l’equità il contrario dell’arbitrio, la liquidazione equitativa operata dal giudice di merito è sindacabile in sede di legittimità (solamente) laddove risulti non congruamente moti­vata, dovendo di essa «darsi una giustificazione razionale a po­steriori» (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.).

Si è al riguardo per lungo tempo esclusa la necessità per il giudice di motivare in ordine all’applicazione delle tabelle in uso presso il proprio ufficio giudiziario, essendo esse fondate sulla media dei precedenti del medesimo, e avendo la relativa adozione la finalità di uniformare, quantomeno nell’ambito ter­ritoriale, i criteri di liquidazione del danno (v. Cass. 2 marzo 2004, n. 4186, id., Rep. 2004, voce cit., n. 300), dovendo per converso adeguatamente motivarsi la scelta di avvalersi di ta­belle in uso presso altri uffici (v. Cass. 21 ottobre 2009, n. 22287, id., Rep. 2009, voce Impugnazioni civili, n. 23; 1° giu­gno 2006, n. 13130, id., Rep. 2007, voce Danni civili, n. 390; 20 ottobre 2005, n. 20323, id., Rep. 2006, voce cit., n. 350; 3 ago­sto 2005, n. 16237, id., Rep. 2005, voce cit., n. 307).

Essendo la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione, si escludeva altresì che l’atti­vità di quantificazione del danno fosse di per sé soggetta a con­trollo in sede di legittimità, se non sotto l’esclusivo profilo del vizio di motivazione, in presenza di totale mancanza di giustifi­cazione sorreggente la statuizione o di macroscopico scosta­mento da dati di comune esperienza o di radicale contradditto­rietà delle argomentazioni (cfr., da ultimo, Cass. 19 maggio 2010, n. 12318, id., 2010, I, 2018; 26 gennaio 2010, n. 1529, ibid.). In particolare laddove la liquidazione del danno si pale­sasse manifestamente fittizia o irrisoria o simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura e all’en­tità del danno dal medesimo giudice accertate (v. Cass. 16 set­tembre 2008, n. 23725, cit.; 2 marzo 2004, n. 4186, cit.; 2 marzo 1998, n. 2272, id., Rep. 1998, voce cit., n. 224; 21 maggio 1996, n. 4671, id., Rep. 1996, voce cit., n. 213).

La Corte suprema di cassazione è peraltro recentemente per­venuta a radicalmente mutare tale orientamento.

La mancata adozione da parte del giudice di merito delle ta­belle di Milano in favore di altre, ivi ricomprese quelle in pre­cedenza adottate presso la diversa autorità giudiziaria cui ap­partiene, si è ravvisato integrare violazione di norma di diritto censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c. (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit., ove si è altresì precisato che, al fine di evitarsi la declaratoria di inammissibilità del ricorso per la novità della questione, non è sufficiente che in appello sia stata prospettata l’inadeguatezza della liquidazione operata dal primo giudice, ma occorre che il ricorrente si sia specificamente doluto, sotto il profilo della violazione di legge, della mancata liquidazione del danno in ba­se ai valori delle tabelle elaborate a Milano; e che, inoltre, nei giudizi svoltisi in luoghi diversi da quelli nei quali le tabelle milanesi

sono comunemente adottate, quelle tabelle abbia anche versato in atti. In tanto, dunque, la violazione della regola iuris può es­

sere fatta valere in sede di legittimità ex art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c. in quanto la questione sia già stata specifi­camente posta nel giudizio di merito. Conformemente, v. Cass. 22 dicembre 2011, n. 28290, id., Rep. 2011, voce cit., n. 357).

Si è quindi al riguardo ulteriormente precisato che i parametri delle tabelle di Milano sono da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale, ovvero quale criterio di riscontro e verifica di quella di inferiore ammontare cui sia diversamente pervenuto, sottolineandosi che incongrua è la motivazione che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una quantifica­zione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, ri­sulti sproporzionata rispetto a quella cui l’adozione dei parame­tri esibiti dalle dette tabelle di Milano consente di pervenire [v. Cass. 30 giugno 2011, n. 14402, cit. Per l’adozione di tabelle diverse da quelle di Milano, v. Trib. Roma 9 gennaio 2012 e 5 novembre 2012, inedite].

Va peraltro osservato che l’applicazione delle tabelle di Mi­lano non è invero aliena dal porre alcune problematiche inter­pretative e applicative.

Una prima questione concerne la nozione di danno morale presa in considerazione.

Diversamente da quanto pure da alcuni in dottrina osservato, non sembra che esse contemplino il danno morale inteso quale dolore fisico, semmai proprio del danno biologico, dovendo ri­tenersi viceversa accolta la tradizionale nozione in termini di patema d’animo o sofferenza interiore o turbamento psichico.

I parametri tabellari non risultano per altro verso riferirsi (an­che) al pregiudizio all’integrità morale, massima espressione della dignità umana, la cui valutazione nella quantificazione del danno morale è, come più sopra osservato, del pari imprescindi­bile.

Ulteriore questione emerge laddove, quantificato sulla base delle tabelle di Milano l’ammontare del risarcimento del danno non patrimoniale per le sofferenze fisiche o psichiche patite dal soggetto leso, ai fini dell’attività di c.d. personalizzazione del danno è consentita la possibilità di superarsi i limiti tabellari, avvalendosi degli elementi già considerati ai fini dell’elabora­zione della tabella (es., età della vittima e dei danneggiati super­stiti, stato di convivenza, presenza di altri familiari conviventi, abitudini di vita), e in particolare i limiti massimi (in presenza di situazioni di fatto che si discostino in modo apprezzabile da quelle ordinarie, sia per elementi non considerati ai fini dell’e­laborazione delle tabelle sia per il peculiare atteggiarsi nel caso concreto di quelli viceversa valutati: v. Cass. 17 aprile 2013, n. 9231, cit.; 14 giugno 2011, n. 12953, non massimata), con la previsione tuttavia di un tetto massimo, in particolare per i pre­giudizi esistenziali conseguenti alla menomazione psicofisica che non siano standard, da applicarsi nelle ipotesi di massimo sconvolgimento della vita familiare.

Orbene, laddove il limite massimo dei parametri tabellari di base o il limite di oscillazione (in difetto e a fortiori) in au­mento dei medesimi si configuri come non superabile, la deter­minazione dell’ammontare di risarcimento può invero risultare non congrua in riferimento al caso concreto, in quanto irragio­nevole e sproporzionata per difetto (v. Cass. 31 agosto 2011, n. 17879, cit.), e pertanto sotto tale profilo non integrale.

Il sistema di quantificazione si prospetta allora in tal caso ini­doneo a consentire al giudice di pervenire ad una valutazione in­formata ad equità, sollevando dubbi in ordine alla sua legittimi­tà, in quanto in contrasto con il principio in base al quale il ri­storo del pregiudizio alla persona non tollera astratte limitazioni massime.

Questione che si pone anche con riferimento alla tabella unica nazionale ai fini della liquidazione delle invalidità c.d. micro­permanenti, introdotta con d.leg. 209/05 nel settore della re­sponsabilità civile da circolazione stradale, in attuazione di quanto previsto all’art. 139 cod. assicurazioni.

Nello stabilire che «per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’inci­denza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito», l’art. 139, 2° comma, cod. assicurazioni ha in realtà riguardo ad

una superata concezione del danno biologico, diversa dalla no­zione recepita dalle sezioni unite del 2008, e fissa, quanto alla

personalizzazione del risarcimento del danno non patrimoniale, il limite di aumento massimo (con equo e motivato apprezza­mento delle condizioni soggettive del danneggiato) dell’am­montare quantificato alla stregua del dato tabellare nella misura del quinto, e cioè del venti per cento (art. 139, 3° comma, cod. assicurazioni) (cfr. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.).

Relativamente a siffatto limite massimo di oscillazione è stata sollevata questione di legittimità costituzionale, in particolare sotto il profilo dell’irragionevolezza di tale soglia e della sua idoneità a rappresentare un vulnus in ordine all’integrale ripara­zione del danno [Giud. pace Torino 21 ottobre 2011 (id., 2012, I, 635). La questione era stata già sollevata da Giud. pace Tori­no 30 novembre 2009 (id., 2010, I, 701), in riferimento agli art. 2, 3, 24 e 76 Cost., dell’art. 139 d.leg. n. 209 del 2005 (codice delle assicurazioni) nella parte in cui tale norma, prevedendo un risarcimento del danno biologico basato su rigidi parametri fis­sati da tabelle ministeriali, non consentirebbe di giungere ad un’adeguata personalizzazione del danno, e dichiarata manife­stamente inammissibile, per ravvisate carenze di prospettazione, da Corte cost., ord. 28 aprile 2011, n. 157, id., 2011, I, 1969. V. altresì già Giud. pace Roma 14 gennaio 2002 (id., Rep. 2002, voce cit., n. 215)], nonché a violare il principio di uguaglianza laddove allo stesso tipo di lesioni possa essere attribuito un di­verso risarcimento [v. Trib. Tivoli 21 marzo 2012, id., Rep. 2012, voce Assicurazione (contratto), n. 176, e Trib. Brindisi 3 aprile 2012 (ibid., n. 175)].

Si è in dottrina obiettato che la riparazione integrale del dan­no non costituisce principio costituzionalmente garantito.

La stessa Corte costituzionale ha in effetti in più di un’occa­sione escluso che la regola generale di integralità della ripara­zione ed equivalenza al pregiudizio cagionato al danneggiato abbia copertura costituzionale (da ultimo, v. Corte cost., ord. 28 aprile 2011, n. 157, cit.), ponendo in rilievo che in casi eccezio­nali il legislatore ben può ritenere equa e conveniente una limi­tazione del risarcimento del danno, sia nel campo della respon­sabilità contrattuale (v., ad es., art. 1784, 1786 c.c. e 275, 412, 423 c. nav.), che in materia di responsabilità extracontrattuale, in considerazione delle particolari condizioni dell’autore del danno (v. Corte cost. 6 maggio 1985, n. 132, id., 1985, I, 1585).

Va al riguardo peraltro sottolineato come la Corte costituzio­nale abbia recentemente affermato l’illegittimità dell’apposizio­ne di una limitazione massima non superabile alla quantifica­zione del ristoro per danni alla persona [v. Corte cost. 30 marzo 2012, n. 75, id., 2013, I, 3397, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 15, 1° comma, d.leg. n. 111 del 1995 nella parte in cui ha fissato un limite all’obbligo risarcitorio per danni alla persona. Pur se emessa con riferimento alla responsa­bilità da inadempimento di contratto di viaggio vacanza «tutto compreso» (c.d. «pacchetto turistico» o «package»), e fondata sulla ravvisata violazione dei criteri posti dalla legge delega, tale principio la pronunzia sembra invero sostanzialmente sot­tendere].

Orbene, la corte di merito ha nella specie disatteso invero i suindicati principî.

In particolare là dove si è limitata a confermare «le statuizioni del primo giudice», dopo avere:

a) accolto la domanda di ristoro pecuniario del danno non patrimoniale proposta dal Mariano e dalla Cinzia Soprani, figli dei defunti Giuliana Panzavolta e Marcello Soprani, ricono­scendo ad essi rispettivamente dovuta la somma di euro 111.495,5 risultante «dalla sommatoria delle seguenti voci: euro 31.000 per danno morale iure hereditatis; euro 10.000 per dan­no biologico psichico iure hereditatis; euro 8.495,5 per danno biologico fisico iure hereditatis; euro 62.000 per danno morale personale»;

b) accolto la doglianza dei predetti Mariano e Cinzia Soprani circa la «liquidazione meramente equitativa» effettuata dal giu­dice di prime cure «senza dare conto dei criteri adottati» nonché in forma «cumulativa», con conseguente lamentata impossibilità di «comprendere quali siano le voci di danno riconosciute e le loro entità»;

c) riconosciuto ai medesimi spettare altresì i danni non pa­trimoniali derivanti dalla morte del padre Marcello Soprani per suicidio, in riforma della sentenza di primo grado sul punto rite­nendo essere stata «indubbia concausa il trauma psichico conse­­

guente al decesso della moglie nel sinistro de quo», al riguardo precisando che «l’accertato collegamento tra la morte del So­­

prani e quella della moglie a seguito dell’incidente incide sulla quantificazione del danno»;

d) provveduto alla «liquidazione delle singole voci di danno secondo le tabelle in uso del tribunale di Milano, la cui applica­zione viene invocata dagli appellanti»;

e) osservato che «agli appellanti» è stato peraltro dal giudice di prime cure riconosciuto «un importo superiore (euro 250.000 a Mariano Soprani ed euro 170.000 a Cinzia Soprani)».

La corte di merito ha disatteso i suindicati principî in parti­colare là dove ha confermato il rigetto operato dal giudice di prime cure «della domanda di risarcimento danni iure heredita­tis formulata dagli appellanti» sig. Mariano e Cinzia Soprani «per il ristoro dei danni personali (da … lesioni mortali) subiti dalla loro madre Giuliana Panzavolta, in quanto deceduta dopo circa tre ore e mezzo dal sinistro, dopo cioè un lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad in­dennizzi di sorta».

Nel far proprie le argomentazioni del primo giudice senza esprimere invero le ragioni della conferma della pronunzia in relazione ai motivi di impugnazione proposti in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto, la laconicità sul punto della motivazione dell’impugnata sentenza appalesandosi pertanto inidonea a rivelare la ratio decidendi e a consentire di ritenere che all’affermazione di condivisione del giudizio di primo grado essa sia pervenuta attraverso l’esame e la valuta­zione di infondatezza dei motivi di impugnazione, sicché la motivazione si rivela sul punto come meramente apparente (v. Cass. 20 luglio 2012, n. 12664, id., Rep. 2012, voce Sentenza civile, n. 22; 23 febbraio 2011, n. 4377, non massimata; 23 feb­braio 2011, n. 4375, non massimata; 8 gennaio 2009, n. 161, id., 2009, I, 726; 11 giugno 2008, n. 15483, id., Rep. 2008, voce cit., n. 28), la corte di merito ha a tale stregua immotivatamente rigettato, oltre a quella di ristoro del danno c.d. tanatologico, la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, nei mol­teplici aspetti dei quali tale categoria generale si compone, cui il riferimento al «lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta» si appalesa impro­priamente operato.

Orbene, a parte il rilievo che come questa corte ha già avuto modo di precisare ai fini dell’accoglimento della domanda è ir­rilevante l’erronea denominazione del tipo di pregiudizio non patrimoniale di cui si chiede il risarcimento se ad esso sia stato fatto riferimento in un contesto nel quale era stato richiesto il ri­sarcimento del danno non patrimoniale, evidentemente senza limitazioni connesse solo ad alcune e non ad altre conseguenze pregiudizievoli derivatene (v. Cass. 9 marzo 2012, n. 3718, cit.; 17 luglio 2012, n. 12236, id., Rep. 2012, voce Procedimento ci­vile, n. 159, e, da ultimo, Cass. 6 agosto 2013, n. 18659, non massimata), in presenza di una domanda sin dall’origine dagli odierni ricorrenti ed originari attori estesa a tutti i danni (patri­moniali e non patrimoniali) subiti in conseguenza del sinistro de quo («voglia il tribunale … condannare i convenuti a risarcire agli attori tutti i danni da costoro subiti in seguito ai fatti di cau­sa, iure proprio e iure successionis, così come azionati e sotto tutti gli aspetti risarcibili, patrimoniali e non patrimoniali, nella misura che sarà ritenuta di giustizia in esito agli accertamenti istruttori»: v. atto di citazione in primo grado dei sig. Mariano e Cinzia Soprani, Vanni Panzavolta ed Elena Focacci, in atti, ri­prodotto anche dai controricorrenti e ricorrenti incidentali nel rispettivo controricorso e ricorso incidentale), in particolare, la corte di merito, dopo averne correttamente riconosciuto la ricor­renza nella specie, ha immotivatamente e contraddittoriamente non quantificato l’incidenza del danno esistenziale sofferto dal Marcello Soprani nella determinazione del complessivo am­montare del danno non patrimoniale al medesimo spettante e trasmissibile iure hereditatis ai figli, la relativa valutazione d’altro canto non emergendo operata nei suoi propri termini di sconvolgimento dell’esistenza dal medesimo sofferto (e invero nemmeno altrimenti considerata sotto il profilo degli aspetti re­lazionali connessi al danno biologico), al riguardo essendosi es­sa limitata a valutare l’«aggravamento» dello «stato di depres­sione, documentata dalle cartelle cliniche in atti».

I suindicati profili risultano disattesi altresì là dove la corte di merito ha del pari confermato la liquidazione effettuata dal giu­­

dice di primo grado in favore della Focacci e del Vanni Panza­volta, invero genericamente e immotivatamente ritenendola

«congrua in relazione ai normali parametri liquidatori», nonché apoditticamente osservando che, «al di là di una generica censu­ra», i medesimi non hanno fornito «alcun elemento utile per di­scostarsene».

Va ulteriormente osservato che, se da un canto ha effettuato la liquidazione del danno non patrimoniale prendendo corretta­mente a riferimento (trattandosi di debito di valore) le tabelle in vigore al momento della liquidazione (v. Cass. 17 aprile 2013, n. 9231, cit.; 11 maggio 2012, n. 7272, ibid., voce Danni civili, n. 259) e «in valori monetari attuali, già comprensivi quindi di rivalutazione e interessi», sicché infondate al riguardo risultano le doglianze mosse dai ricorrenti con il quarto motivo, come dai medesimi lamentato nell’impugnata sentenza non risulta essere stato dalla corte di merito dato viceversa pienamente conto della personalizzazione del dato tabellare assunto a base di calcolo e in particolare della considerazione di indici altri e diversi dal­l’età della vittima, quali ad esempio il sesso, il grado di sensibi­lità dei danneggiati superstiti, la situazione di convivenza, la gravità del fatto e dell’entità della sofferenza della vittima (cfr. Cass. 2 luglio 1997, n. 5944, id., Rep. 1997, voce cit., n. 250; 1° marzo 1993, n. 2491, id., Rep. 1993, voce cit., n. 115).

Sofferenza nella specie particolarmente grave e degenerata in sconvolgimento dell’esistenza, essendo rimasto nel corso del giudizio di merito accertato (come emerge in particolare dal te­nore delle cartelle cliniche, in ossequio al principio di autosuffi­cienza riportate a pag. 85 ss. del ricorso) che nei circa due anni di sopravvivenza dopo la morte della moglie il Marcello Soprani ha sempre palesato «chiusura verso l’esterno» («dove non può più incontrare la moglie che, invece, può convivere nel suo animo»); non è più riuscito «a superare la perdita della moglie» venuta a mancare quando aveva appena superato un «precedente periodo depressivo», ripetutamente manifestando «idee di inuti­lità e di incapacità ad affrontare il futuro» senza di lei e in un’occasione (a fine luglio 1988) essendosi addirittura «chiuso in un armadio tra gli abiti della moglie morta»; ha smesso di «frequentare amici, parenti e vicini»; si è infine indotto al suici­dio.

Di tale danno la corte di merito non risulta avere tenuto inve­ro conto nella determinazione del danno non patrimoniale rite­nuto spettante agli odierni ricorrenti Mariano e Cinzia Soprani.

Del pari immotivato risulta l’abbattimento dalla corte di me­rito operato, in misura indicata dapprima come «considerevole» e quindi come «massima» del dato tabellare assunto a base di calcolo, «in considerazione del fatto che Marcello Soprani è so­pravvissuto solo due anni».

Quanto al danno morale, nell’impugnata sentenza non risulta dalla corte di merito dato conto della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della relativa sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, al fine di po­tersi essa considerare congrua ed adeguata risposta satisfattiva alla lesione (anche) della dignità umana (cfr. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2228, cit.).

Non risulta infine essere stato dalla corte di merito in alcun modo valutato il danno non patrimoniale (nei diversi aspetti in cui esso si scandisce) dagli odierni ricorrenti Mariano e Cinzia Soprani iure proprio rispettivamente sofferto in conseguenza della morte del padre Marcello.

In ordine al pure domandato ristoro pecuniario del danno iure proprio e iure hereditatis da perdita della vita della Panzavolta e del Soprani va osservato quanto segue.

La risarcibilità del danno da perdita della vita è stata dalla Corte costituzionale negata sulla base del rilievo che oggetto di risarcimento può essere solo la «perdita cagionata dalla lesione di una situazione giuridica soggettiva», laddove la morte imme­diata non è invero una «perdita» a carico «della persona offesa», in quanto la stessa è «non più in vita» [così Corte cost. 27 otto­bre 1994, n. 372, cit., che, nel dichiarare la non fondatezza, in riferimento agli art. 2 e 32 Cost., della questione di costituzio­nalità dell’art. 2043 c.c., nella parte in cui non consente il risar­cimento iure hereditatis del «danno biologico da morte», ha af­fermato il principio in base al quale, diversamente dalla lesione del diritto alla salute, la lesione immediata del diritto alla vita (senza una fase intermedia di malattia) non può configurare una perdita (e cioè una diminuzione o privazione di un valore perso­nale) a carico della vittima ormai non più in vita, onde è da e­

scludere che un diritto al risarcimento del c.d. «danno biologi­co da morte» entri nel patrimonio dell’offeso deceduto e sia, quin­

di, trasmissibile ai congiunti in qualità di eredi, in ragione non già del carattere non patrimoniale del danno suddetto bensì del limite strutturale della responsabilità civile, nella quale sia l’oggetto del risarcimento che la liquidazione del danno devono riferirsi non alla lesione per sé stessa, ma alle conseguenti per­dite a carico della persona offesa].

A tale stregua la corte di legittimità costituzionale delle leggi ha fatto ricorso all’«argomento, risalente a una non recente sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione (n. 3475 del 1925, id., 1926, I, 328), secondo cui un diritto di risarci­mento può sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sorge in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si rifletta in una perdita a carico della persona offesa, ormai non più in vita» (v. Corte cost. 27 ottobre 1994, n. 372, cit.).

All’esito della detta affermazione è andata nella giurispru­denza di legittimità consolidandosi la massima secondo cui la lesione dell’integrità fisica con esito letale intervenuta imme­diatamente o a breve distanza dall’evento lesivo non è configu­rabile quale danno biologico, giacché la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute ma incide sul diverso bene giuridico della vita, la cui perdita, per il definitivo venir meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acqui­sto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al ri­sarcimento, trasferibile agli eredi, non rilevando in contrario la mancanza di tutela privatistica del diritto alla vita (invero pro­tetto con il diverso strumento della sanzione penale), attesa la funzione non sanzionatoria ma di reintegrazione e riparazione di effettivi pregiudizi svolta dal risarcimento del danno, e la con­seguente impossibilità che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da que­sto fruibile solo in natura, esso operi quando tale persona abbia cessato di esistere (v. Cass. 25 febbraio 1997, n. 1704, id., Rep. 1997, voce cit., n. 180, e, conformemente, Cass. 30 giugno 1998, n. 6404, id., Rep. 1999, voce cit., n. 201; 25 febbraio 2000, n. 2134, cit.; 2 aprile 2001, n. 4783, cit.; 30 luglio 2002, n. 11255, non massimata; 23 febbraio 2005, n. 3766, cit.; 2 lu­glio 2010, n. 15706, id., Rep. 2011, voce cit., n. 244).

Siffatta negazione, unitamente alla considerazione che «per il bene della vita è inconcepibile una forma di risarcimento anche solo per equivalente» (così Cass. 14 febbraio 2000, n. 1633, cit.; 20 gennaio 1999, n. 491, id., Rep. 2001, voce cit., n. 150), ha indotto la giurisprudenza ad ammettere la ristorabilità di altri e diversi «beni».

Movendo dalla configurazione della morte quale più grave stadio di lesione o lesione massima — in quanto integrale — del bene salute; dalla distinzione tra danno biologico da invalidità permanente e danno biologico da invalidità temporanea; dalla ritenuta relativa inconfigurabilità per definizione in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, giacché in tal caso la malattia non si risolve con esiti permanenti ma determina la morte dell’indi­viduo, si è nella giurisprudenza di legittimità pervenuti ad af­fermare che «quando la morte è causata dalle lesioni», e tra le lesioni colpose e la morte intercorra un «apprezzabile lasso di tempo», è invero risarcibile il «danno biologico terminale» (v. Cass. 28 agosto 2007, n. 18163, id., Rep. 2008, voce cit., n. 334, nel senso che l’ammontare del danno biologico terminale va commisurato soltanto all’inabilità temporanea, ma ai fini della liquidazione il giudice deve tenere conto, nell’adeguare l’am­montare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che pur se temporaneo tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte), e «per il tempo di permanenza in vita» (v. Cass. 16 maggio 2003, n. 7632, id., 2003, I, 2681), e a considerare il diritto di credito al relativo risarcimento trasmissibile iure hereditatis (v. Cass. 1° febbraio 2003, n. 18305, id., Rep. 2004, voce cit., n. 246; 16 giugno 2003, n. 9620, ibid., n. 245; 14 marzo 2003, n. 3728, non massimata; 2 aprile 2001, n. 4783, cit.; 10 febbraio 1999, n. 1131, id., Rep. 1999, voce cit., n. 205; 29 settembre 1995, n. 10271, id., Rep. 1996, voce cit., 149).

Il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che pur se temporaneo è massimo nella sua entità ed intensità (v. Cass. 23 febbraio 2004, n. 3549, id., Rep. 2004, voce cit., n.

302) in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limi­tato ma apprezzabile lasso di tempo (v. Cass. 23 febbraio 2005,

n. 3766, cit.), si è ravvisato come «sempre esistente», per effetto della «percezione», «anche non cosciente», della gravissima le­sione dell’integrità personale della vittima nella fase terminale della sua vita (v. Cass. 28 agosto 2007, n. 18163, cit.).

La brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni ha peral­tro indotto ad escludersi la sussistenza del danno biologico lad­dove risulti non apprezzabile, ai fini risarcitori, il deteriora­mento della qualità della vita a cagione del pregiudizio alla sa­lute.

Si è cioè ritenuto che in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte la sofferenza non sia suscettibile di degenerare in danno biologico.

Si è peraltro affermato che, se non il danno biologico, in tal caso può ritenersi senz’altro integrato il «danno morale termi­nale», dalla vittima subìto per la sofferenza provata nel consa­pevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine.

Danno morale terminale per la cui configurabilità, in luogo dell’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso della vittima, assume rilievo il diverso criterio dell’intensità della sof­ferenza provata (v. Cass. 8 aprile 2010, n. 8360, id., Rep. 2010, voce cit., n. 361; 23 febbraio 2005, n. 3766, cit.; 1° dicembre 2003, n. 18305, cit.; 19 ottobre 2007, n. 21976, id., Rep. 2007, voce cit., n. 258; 24 maggio 2001, n. 7075, id., Rep. 2001, voce cit., n. 131; 6 ottobre 1994, n. 8177, id., 1995, I, 1852; 14 giu­gno 1965, n. 1203, id., Rep. 1965, voce cit., n. 286. In tema di c.d. danno catastrofico, v. già Cass. 2 aprile 2001, n. 4783, cit.).

Anche in tal caso la risarcibilità è ammessa solamente al ri­correre del presupposto della permanenza in vita (v. Cass. 25 febbraio 1997, n. 1704, cit.; 6 ottobre 1994, n. 8177, cit.), in ra­gione della sofferenza, rilevante sotto il profilo del danno mo­rale, provocata dalla cosciente percezione da parte della vittima delle «conseguenze catastrofiche delle lesioni» (v. Cass. 31 maggio 2005, n. 11601, id., Rep. 2005, voce cit., n. 269; 6 ago­sto 2007, n. 17177, id., Rep. 2008, voce cit., n. 366). E al ri­guardo si è parlato anche di danno «biologico di natura psichi­ca» (v. Cass. 14 febbraio 2007, n. 3260, id., Rep. 2007, voce cit., n. 257).

Le sezioni unite del 2008 hanno quindi ammesso la risarcibi­lità della «sofferenza psichica, di massima intensità anche se di durata contenuta, nel caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo», quale «danno morale inteso nella sua nuova più ampia accezione», altrimenti indicato come danno da lucida agonia o catastrofale o catastrofico (v. Cass., sez. un., 11 no­vembre 2008, n. 26972, cit.; 11 novembre 2008, n. 26973, cit.).

Pur continuando a qualificarsi a volte la lucida percezione dell’approssimarsi della propria fine in termini di danno biolo­gico di natura psichica (v. Cass. 18 gennaio 2011, n. 1072, id., Rep. 2011, voce cit., n. 245. V., altresì, Cass. 13 gennaio 2009, n. 458, id., Rep. 2009, voce cit., n. 288, di conferma della sen­tenza impugnata, che aveva qualificato la sofferenza della vitti­ma come danno morale, e non già come danno biologico termi­nale, in ragione della ravvisata inidoneità dell’intervallo di tem­po di tre giorni tra il sinistro e la morte ad integrare gli estremi di quest’ultimo), tale ricostruzione è stata prevalentemente con­fermata dalle sezioni semplici della Corte suprema di cassazio­ne, che considera catastrofale il «danno non patrimoniale conse­guente alla sofferenza patita dalla persona sopravvissuta per un lasso di tempo apprezzabile in condizioni di lucidità tali da con­sentirle di percepire la gravità della propria condizione e di sof­frirne» (v. Cass. 21 marzo 2013, n. 7126, id., Mass., 223).

In dottrina si è al riguardo criticamente osservato che il rife­rimento ai «danni terminali (biologico, morale o da ‘lucida ago­nia’)» costituisce il «frutto» di «acrobazie logiche e concettua­li», e di «intenzioni sostanzialmente compensative della totale assenza di risarcimento per la perdita della vita».

A tale stregua, piuttosto che al decorso di un apprezzabile intervallo di tempo tra l’evento lesivo e la morte, decisivo rilie­vo risulta assegnato alla sofferenza psichica e alla disperazione, di «massima intensità», che provoca la percezione, pur se di breve durata, dell’approssimarsi della propria morte, la «soffe­renza patita dalla vittima che sia rimasta lucida durante l’ago­nia, in consapevole attesa della fine» (v. Cass. 13 gennaio 2009, n. 458, cit. V., altresì, Cass. 8 aprile 2010, n. 8360, cit. E già Cass. 2 aprile 2001, n. 4783, cit.).

Danno da tenersi invero distinto dal «danno biologico», il quale si ha allorquando la vittima sia sopravvissuta «per un con­­

siderevole lasso di tempo ad un evento poi rivelatosi mortale» ed abbia in tale periodo «sofferto una lesione della propria inte­grità psicofisica autonomamente considerabile come danno biologico quindi accertabile con valutazione medico-legale e li­quidabile alla stregua dei criteri adottati per la liquidazione del danno biologico vero e proprio» (v. Cass. 21 marzo 2013, n. 7126, cit.).

Pregiudizio che va del pari tenuto distinto dal c.d. danno ta­natologico inteso quale «danno connesso alla perdita della vita» (v., da ultimo, Cass. 21 marzo 2013, n. 7126, cit.).

Si è in dottrina da alcuni sostenuto che le sezioni unite del 2008 hanno negato la risarcibilità del danno tanatologico o da perdita della vita in favore del soggetto deceduto.

In realtà nelle richiamate pronunzie le sezioni unite non si so­no espresse al riguardo, limitandosi a fare il punto in ordine al­l’orientamento interpretativo maturato (in particolare nella giu­risprudenza di legittimità) in argomento, pervenendo ad am­mettere la risarcibilità del danno subìto dalla persona danneg­giata, rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa della fine, allorquando la morte segua «dopo breve tempo» dal­l’evento dannoso, atteso che la vittima soffre una «sofferenza psichica … di massima intensità», pur se di «durata contenuta», in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26973, cit., che ha nella specie riconosciuto la configurabilità del danno morale da dan­no c.d. catastrofale in un caso di agonia protrattasi per undici ore).

A tale stregua le sezioni unite hanno fatto in realtà riferi­mento al c.d. danno catastrofale, quale particolare espressione del danno morale.

Pur segnando tale affermazione un progresso sul piano inter­pretativo, non sfugge che rimane a tale stregua priva di tutela l’ipotesi dell’agonia inconsapevole, peraltro in passato dalla giurisprudenza ritenuta ristorabile (con riferimento al danno biologico e al danno morale, v., da ultimo, Cass. 19 ottobre 2007, n. 21976, cit. Per la risarcibilità del danno non patrimo­niale sofferto anche se in stato di incoscienza, v., altresì, Cass. 19 febbraio 2007, n. 3760, id., Rep. 2007, voce cit., n. 261; 24 maggio 2001, n. 7075, cit.; 6 ottobre 1994, n. 8177, cit.; 14 giu­gno 1965, n. 1203, cit.).

Successivamente alla pronunzia delle sezioni unite del 2008, mentre la risarcibilità iure hereditatis della perdita del con­giunto ha trovato riconoscimento nella giurisprudenza di merito [per la risarcibilità del danno da morte, non già quale lesione della salute, bensì quale danno da perdita del bene vita, v., in giurisprudenza di merito, Trib. Venezia 15 giugno 2009 (id., Rep. 2010, voce cit., n. 278). Anteriormente al 2008, v., in par­ticolare, Trib. Terni 20 aprile 2005 (id., Rep. 2005, voce cit., n. 261); Trib. Santa Maria Capua Vetere 20 dicembre 2002 (id., Rep. 2003, voce cit., n. 196); Trib. Foggia 28 giugno 2002 (id., 2002, I, 3494); Trib. Civitavecchia 26 febbraio 1996 (id., Rep. 1997, voce cit., n. 178); App. Roma 4 giugno 1992 (id., Rep. 1993, voce cit., n. 92); Trib. Roma 24 maggio 1988 (id., 1989, I, 892)], nella giurisprudenza di legittimità si è ribadito che il c.d. danno tanatologico, o da morte avvenuta a breve distanza di tempo da lesioni personali, deve essere ricondotto al danno mo­rale, concorrendo alla relativa liquidazione, non potendo rite­nersi riconducibile alla nozione di danno biologico c.d. termi­nale (v. Cass. 13 gennaio 2009, n. 458, cit.; 27 maggio 2009, n. 12326, id., 2010, I, 524; 8 aprile 2010, n. 8360, cit.; e, da ulti­mo, Cass. 7 giugno 2011, n. 12273, cit.; 29 maggio 2012, n. 8575, non massimata. La risarcibilità del danno non patrimo­niale morale c.d. catastrofale è stata negata, in mancanza di pro­va in ordine alla lucidità della vittima durante l’agonia, da Cass. 28 novembre 2008, n. 28433, non massimata).

Si è al riguardo altresì precisato che il risarcimento del c.d. danno catastrofale può essere fatto valere iure hereditario a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vitti­ma al momento della morte (v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, id., 2011, I, 1035. Conformemente, v. Cass. 9 maggio 2011, n. 10107, id., Rep. 2011, voce cit., n. 354).

Pur riconoscendosi che in una virtuale scala gerarchica il di­ritto alla vita è sicuramente il primo tra tutti i diritti inviolabili dell’essere umano, nel sottolinearsi come esso risulti «in ogni contesto e con le più variegate modalità» tutelato, se ne esclude

invero la ristorabilità in favore dello stesso soggetto che la vita abbia perso, appunto morendo all’esito di lesioni inferte da terzi

(v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.).

Del tutto improduttive, si afferma (v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.), si palesano le disquisizioni sul se la morte faccia parte della vita o se, contrassegnando la sua fine, sia alla stessa estranea (per tale tesi, v. Cass. 16 maggio 2003, n. 7632, cit.).

Mero artifizio retorico viene qualificata (v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.) l’obiezione secondo cui, essendo il risarci­mento del danno da lesioni gravissime assai oneroso per l’auto­re dell’illecito, ed escludendosi per converso la risarcibilità del danno da soppressione della vita a favore dello stesso soggetto di cui sia provocata la morte, viene paradossalmente a risultare «economicamente più ‘conveniente’ uccidere che ferire».

«Improprio» si considera il rilievo secondo cui, essendo quella risarcitoria la tutela minima di ogni diritto, la negazione della risarcibilità del danno da lesione del diritto alla vita a fa­vore del soggetto stesso la cui vita è stata spenta da terzi viene a porsi in intima contraddizione con il riconoscimento della tutela propria del primo tra tutti i diritti dell’uomo.

Il vero problema, si osserva, è che il risarcimento costituisce solo una forma di tutela conseguente alla lesione di un «diritto di credito, diverso dal diritto inciso, ad essere tenuto per quanto è possibile indenne dalle conseguenze negative che dalla lesione del diritto derivano, mediante il ripristino del bene perduto, la riparazione, l’eliminazione della perdita o la consolazione-soddisfazione-compensazione se la riparazione non sia possibi­le» (v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.).

Non è allora «giuridicamente concepibile», si conclude, che dal soggetto che muore venga acquisito un diritto derivante dal fatto stesso della sua morte («chi non è più non può acquistare un diritto che gli deriverebbe dal non essere più»), essendo «lo­gicamente inconfigurabile» la stessa funzione del risarcimento che, nel diritto civile, non ha nel nostro ordinamento natura san­zionatoria bensì riparatoria o consolatoria, che in caso di morte che si è ravvisata «per forza di cose» non attuabile «a favore del defunto» (v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.).

Si è ulteriormente asserito che il «[p]retendere che tutela sia data (oltre che ai congiunti) ‘anche’ al defunto» risponda in realtà al mero «contingente obiettivo di far conseguire più dena­ro ai congiunti», giacché non si sostiene «da alcuno che sia in linea col comune sentire o col principio di solidarietà l’eroga­zione del risarcimento da perdita della vita agli eredi ‘anziché’ ai congiunti (se, in ipotesi, diversi) o, in mancanza di successi­bili, addirittura allo Stato» (v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.).

Il risarcimento, si osserva, assumerebbe in tal caso una «fun­zione meramente punitiva, viceversa assolta dalla sanzione pe­nale. E si risolverebbe in breve, come l’esperienza insegna, in una diminuzione di quanto riconosciuto iure proprio ai con­giunti, cui viene ora riconosciuto un ristoro corrispondente ad un’onnicomprensiva valutazione equitativa, con la conseguenza che verrebbe a risultare frustrata anche la finalità di innalza­mento dell’ammontare del risarcimento» (v. Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.).

I suindicati argomenti sono stati dalla giurisprudenza di legit­timità anche recentemente ribaditi (v., da ultimo, Cass. 17 luglio 2012, n. 12236, cit.).

In una non risalente occasione, nel fare richiamo a Corte cost. 6 maggio 1985, n. 132, cit., e ricordando come parte della dot­trina (italiana ed europea) suggerisca il riconoscimento della le­sione come momento costitutivo di un diritto di credito che en­tra istantaneamente, al momento della lesione mortale, nel pa­trimonio della vittima quale corrispettivo del danno ingiusto, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata, questa corte ha peraltro sottolineato come la ristora­bilità anche del danno da morte, inteso come lesione del diritto inviolabile alla vita, in favore di chi la perde, si appalesi in realtà imprescindibile, in quanto tutelato dall’art. 2 Cost., e ora anche dalla Costituzione europea (v. Cass. 12 luglio 2006, n. 15760, cit.).

Tale affermazione costituisce invero un obiter dictum, che nella stessa pronunzia viene definito «sistematico» e necessitato dall’essere la Corte suprema di cassazione «vincolata dal moti­vo del ricorso».

In dottrina si è per altro verso suggerito di configurare la per­dita della vita in termini di perdita della chance di sopravviven­za.

Movendo dalla qualificazione giurisprudenziale della chance quale «entità patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile», che fa parte del soggetto la cui «perdita produce un danno attuale e risarcibile»; nonché argomentando dalla ammis­sione della risarcibilità del danno (conseguente ad errata dia­gnosi medica) consistente nelle chances di vivere di più e me­glio [v. Cass. 16 ottobre 2007, n. 21619, id., Rep. 2008, voce Responsabilità civile, n. 219. In giurisprudenza di merito, v. Trib. Monza 30 gennaio 1998 (id., Rep. 1998, voce Danni civili, n. 189)], si sostiene che, intendendo il dictum della Suprema corte in un’accezione più ampia, come se dicesse «alla vittima che, per effetto di un comportamento (illecito/negligente, omis­sivo o attivo) di un dato soggetto, abbia perduto la chance di vi­vere più a lungo, spetta il risarcimento del danno», debba rico­noscersi che allorquando viene colpito un bene già parte del pa­trimonio della vittima rappresentato dall’«aspettativa di vita media», non può negarsene il ristoro.

Alla stessa stregua di quanto invero avviene, a prescindere dalla sua sopravvivenza per un apprezzabile arco temporale, per le cose materiali appartenenti alla vittima medesima, come ad esempio il diritto di proprietà sul veicolo distrutto in conse­guenza del comportamento illecito altrui.

La suddetta ricostruzione è in effetti (anch’essa) sintomatica dell’avvertita esigenza di superare in qualche modo il recepito assunto della irrisarcibilità del danno da perdita della vita.

Proprio l’individuazione della chance quale entità patrimo­niale giuridicamente ed economicamente valutabile, la cui per­dita determina un danno attuale e risarcibile, depone peraltro per la relativa autonoma considerazione rispetto al bene vita, che, come da tempo in dottrina del resto sottolineato, è bene altro e diverso, in sé anche la prima in realtà racchiudendo.

Se ne trae comunque la conferma che la perdita della vita, bene massimo della persona, non può lasciarsi invero priva di tutela (anche) civilistica.

Orbene, il risultato ermeneutico raggiunto dal prevalente orientamento giurisprudenziale appare non del tutto rispondente all’effettivo sentire sociale nell’attuale momento storico.

Il ricorso a soluzioni indirette, la cui strumentalità traspare evidente, testimonia la necessità di ammettersi senz’altro la di­retta ristorabilità del bene vita in favore di chi l’ha perduta in conseguenza del fatto illecito altrui.

Movendo dalla considerazione della morte quale massima le­sione del bene salute si è nella giurisprudenza di merito e in dottrina segnalata l’incongruenza di un’interpretazione che ri­conosce ristorabile la compromissione anche lieve della inte­grità psicofisica e la nega viceversa quando essa raggiunge ap­punto la massima espressione, a fortiori in ragione della circo­stanza che per quanto breve possa essere il lasso di tempo in cui sopraggiunge, la morte costituisce pur sempre conseguenza della lesione [in giurisprudenza di merito, v. Trib. Venezia 15 giugno 2009, cit.: «in ogni caso quel che si trasmette non è il di­ritto

assoluto della persona, ma quello patrimoniale al risarci­mento del danno. Si è ancora osservato che i diritti non sono azioni umane o beni che vivono in tempo, ma sono in uno spa­zio logico: ‘tra fatto e diritto esiste una relazione logica (istituita dall’ordinamento), ma non una relazione temporale’. In altri termini, se la morte determina una lesione della salute, nel senso che elimina alla radice, l’evento morte determina, sul piano lo­gico-giuridico, la nascita di una pretesa risarcitoria spettante agli eredi in virtù dell’apertura della successione al momento della morte come stabilito dall’art. 456 c.c.». Negli stessi termi­ni, v. Trib. Venezia 15 marzo 2004, id., 2004, I, 2256. Nel senso che la morte è da intendersi quale massima lesione del bene sa­lute, v. altresì, in giurisprudenza di legittimità, Cass. 7 giugno 2010, n. 13672, id., Rep. 2010, voce cit., n. 283; 12 febbraio 2010, n. 3357, ibid., n. 281; 8 aprile 2010, n. 8360, cit.; 2 aprile 2012, n. 6273, id., Rep. 2012, voce cit., n. 189, e, da ultimo, Cass. 21 marzo 2013, n. 7126, cit.; e, in giurisprudenza di me­rito, Trib. Santa Maria Capua Vetere 20 dicembre 2002, cit.; Trib. Brindisi 5 agosto 2002, id., 2002, I, 3494; Trib. Messina 15 luglio 2002, ibid.; Trib. Foggia 28 giugno 2002, cit.; Trib. Vibo Valentia 28 maggio 2001, id., 2001, I, 3198; Trib. Cassino 8 aprile 1999, id., Rep. 2000, voce cit., n. 181; Trib. Massa Car­rara 19 dicembre 1996, id., Rep. 1997, voce cit., n. 176; Trib. Civitavecchia 26 febbraio 1996, cit.; Trib. Vasto 17 luglio 1996, inedita; Pret. Montella 12 aprile 1996, id., Rep. 1998, voce cit.,

n. 163; Trib. Napoli 6 febbraio 1991, id., Rep. 1991, voce cit., n. 133].

Orbene, che il diritto alla vita sia altro e diverso dal diritto alla salute costituisce dato invero inconfutabile, quest’ultima rappresentando un minus rispetto alla prima, che ne costituisce altresì il presupposto.

Siffatta distinzione non comporta tuttavia necessariamente la conclusione che della perdita della vita debba negarsi la ristora­bilità.

In dottrina si è di recente autorevolmente suggerito di mutare l’impostazione del problema.

Nel sottolinearsi che le categorie giuridiche non costituiscono un dato oggettivo esistente in rerum natura, come il fatto che nelle stesse l’interprete si sforza di sussumere ai fini dell’appli­cazione del diritto, ma è uno strumento che lo stesso interprete a tale scopo crea, si è osservato, evocando in particolare la re­cente Cass. 17 luglio 2012, n. 12236, cit., che non essendo en­tità oggettiva né costituendo a priori concettuale ben possono le categorie essere dall’interprete poste «in qualunque momento in discussione», e ciò «al di là della forza attrattiva di sedimenta­zioni storiche che ci conducono ad utilizzare certi paradigmi».

Si è criticamente osservato che «[p]retendere di giustificare le soluzioni in funzione di categorie classificatorie preconfezionate (e il limite risulta tanto più paradossale in quanto nella specie si tratta di categorie di derivazione giurisprudenziale), se può ri­sultare indifferente nella maggior parte dei casi, quando si tratta di risolvere problemi in qualche modo consueti, e rispetto ai quali il profilo qualificativo può ritenersi scontato ed è comun­que pacificamente accolto in base a criteri di valore condivisi, appare invece ingiustificato ed ambiguo quando si tratta di dare soluzione a problemi nuovi, dietro i quali pulsano contrasti in chiave assiologica e rispetto ai quali il pacifico riferimento ad una categoria classificatoria del passato risulterebbe inevitabil­mente riduttivo e condizionante. È necessario allora mettere in discussione i nostri schemi tradizionali modificandone la strut­tura o forgiandone di nuovi. Perché le categorie non sono tro­vate dall’operatore giuridico, ma sono da lui (consapevolmente o inconsapevolmente) costruite in vista del caso pratico che si tratta di risolvere».

Si è per altro verso posto in rilievo come sia invero «apriori­stico sostenere che, essendo, nell’ordinamento civile, la funzio­ne del risarcimento di segno riparatorio o consolatorio, ne sa­rebbe impensabile un’attuazione a favore del defunto».

Si è proposto di considerare allora la vita come «riconducibile alla sfera dei diritti e alla loro relativa tutela finché appartiene al suo titolare», e di intenderla viceversa «nell’ottica dei beni nel momento in cui viene distrutta», rimarcando che all’esito della relativa estinzione, la vita «non è più riconducibile ad un titola­re, ma non per questo, nella sua oggettività, immeritevole di tu­tela nell’interesse della collettività».

L’ordito argomentativo risulta muovere anzitutto dal rilievo che «la qualificazione (e conseguentemente la tutela) in termini oggettivi non è alternativa ad una tutela in termini … soggettivi (essendo per esempio consentito al titolare del nome di reagire contro una sua infondata contestazione o contro una sua pregiu­dizievole usurpazione)».

Si è sottolineato, ancora, come in un ordinamento in cui il di­ritto alla salute è definito dalla giurisprudenza quale «situazione resistente a tutta oltranza» (formulazione utilizzata da Cass., sez. un., 6 ottobre 1979, n. 5172, id., 1979, I, 2302), sia «impen­sabile che invece il diritto alla vita possa degradare ad una tutela meno penetrante e diretta, finendo in qualche modo per dipen­dere dalla garanzia del primo» (e si evidenzia che tale è sostan­zialmente l’assunto di Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.).

Priva di fondamento si è altresì ravvisata la tesi secondo cui la vita non sarebbe protetta (almeno nell’ottica della tutela ri­sarcitoria) in quanto tale, ma solo in quanto la sua «perdita deri­vi da una lesione del diritto alla salute», obiettandosi essere «in­vero difficile pensare che un’impostazione di questo tipo non dipenda dal modo con cui vengono aprioristicamente assunte, ai fini della soluzione, le categorie qualificanti».

Si è stigmatizzato che la giurisprudenza, pur avendo «concor­so a modificare, in tema di responsabilità civile, gli angusti schemi di derivazione codicistica», degli stessi abbia poi finito per rimanere «(almeno entro certi limiti) schiava».

Si è osservato che il problema risulta «non direttamente af­frontato nei suoi profili qualificanti» ma «aggirato» là dove,

«anziché circoscrivere il danno tanatologico alla sola lesione del bene vita, lo si sposta sul terreno di un danno ulteriore (ed even­

tuale) qual è la sofferenza che la vittima ha subìto nel per­cepire la fine della propria esistenza», a tale stregua addivenen­dosi ad «artificiose enfatizzazioni», quali l’individuazione del c.d. danno catastrofico o del c.d. danno biologico terminale, nonché a figure frutto della «fantasia della giurisprudenza» quali il «danno al rapporto parentale» e il «danno edonistico» (figura quest’ultima di diritto americano, concernente il «più ampio valore della vita», comprendente «il profilo economico, quello morale, quello fisiologico; insomma (a) tutto il valore che si può attribuire alla vita»: v. Corte distr. Illinois 15 novem­bre 1995 (Sherrod v. Berry, Breen and City of Joiliet), id., 1987, IV, 71).

Si è invitato a «rompere» allora «postulati categoriali», e in particolare quello della «scontata coincidenza tra il punto di in­cidenza del danno e il titolare dell’azione risarcitoria», mutando la prospettiva in modo da avere riguardo non più alla posizione del titolare bensì a quello dell’intera collettività, alla stregua di quanto avviene relativamente in tema di interessi diffusi e di tutela del consumatore.

Si è proposto di considerare quindi la perdita del bene vita quale danno non già del singolo individuo che la subisce bensì dell’intera collettività, in quanto «la morte rappresenta certo un danno (il più grave fra quelli possibili) per la persona, ma anche un costo per la società al quale deve corrispondere un risarci­mento capace (sul terreno civilistico e non solo quindi sul ver­sante delle sanzioni penali) di trasmettere ai consociati il disva­lore dell’uccisione e la deterrenza della reazione dell’ordina­mento», sottolineandosi che «ridurre tutto al profilo della sog­gettività e delle sue tutele è certamente riduttivo e per tanti versi distorcente».

Diversamente, in dottrina si è del pari autorevolmente da altri sottolineata la possibilità e la necessità di non abbandonare i tradizionali schemi argomentativi e di trarre piuttosto da essi nuovi e differenti corollari.

Si è posto in rilievo come l’assunto dell’assenza di capacità giuridica della vittima si profili carente laddove non considera che al momento della lesione mortale la medesima è ancora in vita, ed è in tale momento che acquista il diritto al risarcimento (principio rispondente, secondo alcuni, al brocardo momentum mortis vitae tribuitur).

Si è ulteriormente osservato che tra fatto e diritto esiste una relazione «logica» e non già «temporale», sicché nel determina­re la scomparsa della persona la morte determina contestual­mente anche l’insorgenza della pretesa risarcitoria e del relativo trapasso agli eredi.

Si è negato, sotto altro profilo, validità all’assunto che solo il danno-conseguenza, e non anche il danno-evento, debba ritener­si risarcibile, non trovando esso riscontro nel dato normativo e risultando smentito dalla stessa giurisprudenza.

Si è avvertito, con riguardo ad ulteriore aspetto, come la tesi dell’incedibilità e intrasmissibilità del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in ragione del relativo carattere stretta­mente personale sia stata superata dalla giurisprudenza (v. Cass. 3 ottobre 2013, n. 22601, cit.) e si profili ormai generalmente recessiva sia nei sistemi di common law, ivi compresi quelli di diritto americano, che nei sistemi di diritto continentale, nello stesso ordinamento tedesco riconoscendosi agli eredi la pretesa al risarcimento del danno non patrimoniale (Schmerzengeld) acquistata in vita dal de cuius.

Al rilievo che il risarcimento non può giovare alla vittima ormai defunta si obietta che la circostanza per la quale la presta­zione è percepita da altri non tocca il titolo dell’obbligazione né estingue la sua funzione risarcitoria, giacché anche attraverso la trasmissione per via ereditaria la vittima trae vantaggio dall’ac­quisizione del relativo credito, contribuendo esso ad accrescere l’eredità lasciata ai propri congiunti.

Si evidenzia, ancora, la fallacia dell’argomento secondo cui la morte non provoca sofferenza morale, atteso che la vittima co­munque subisce il danno della perdita di un bene essenziale, senza altresì considerarsi che esso invero contrasta con il com­piuto riconoscimento della risarcibilità del danno non patrimo­niale in favore del neonato e del nascituro, e a fortiori dell’ente giuridico per violazione del diritto al nome, all’onore, all’im­magine, alla reputazione, all’identità.

Orbene, la tesi del danno collettivo è indubbiamente sugge­stiva.

Va senz’altro condivisa l’osservazione che le categorie dog­matiche create e poste dagli interpreti a base dell’argomentare

non possono divenire delle «gabbie argomentative» di cui risulti impossibile liberarsi anche quando conducano ad un risultato interpretativo non rispondente o addirittura in contrasto con il prevalente sentire sociale, in un determinato momento storico.

Degli schemi tradizionali si profila peraltro prodromicamente necessario verificare se sia possibile confermarne la validità e utilità nel quadro della ricostruzione sistematica compiuta dalle sezioni unite nel 2008, prima di darsi ingresso a soluzioni radi­cali come quella del danno collettivo, che prospetta aspetti di indubbia problematicità, al di là del risultare connotata da pro­fili di deterrenza e carattere sanzionatorio.

Va anzitutto posto in rilievo che un fondamentale principio dalle sezioni unite del 2008 posto a base, quale assioma o po­stulato, dell’argomentare è che solamente il danno-conseguenza è risarcibile, non anche il danno-evento.

Si è al riguardo in dottrina criticamente sottolineato che tale principio costituisce in realtà esso stesso il risultato di un oscil­lante orientamento interpretativo, essendo stato in un primo tempo abbandonato e quindi riproposto all’esito dell’accogli­mento da parte della giurisprudenza di legittimità della figura del danno biologico (v. Cass. 10 marzo 1992, n. 2840, cit.).

Costituendo quello secondo cui risarcibili sono solo i danni-conseguenza, e non anche il danno-evento, un principio basilare dell’architettura argomentativa su cui si sorregge la rilettura del sistema dei danni operata dalle sezioni unite del 2008 alla stre­gua dell’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. (cfr. Corte cost. 27 ottobre 1994, n. 372, cit.), non ap­pare invero consentito [quantomeno allo stato, a fortiori a di­stanza di sì breve arco temporale, avuto riguardo alle esigenze di certezza del diritto, «conoscibilità» della regola di diritto e ragionevole prevedibilità della sua applicazione (cfr. Cass., sez. un., 11 luglio 2011, n. 15144, cit.) su cui si fonda (anche) il va­lore del giusto processo ex art. 111 Cost. (cfr. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.)] farsi luogo in ordine al medesimo a un re­virement interpretativo che la suindicata ricostruzione sistemati­ca minerebbe alle fondamenta.

È invece ben possibile argomentare alla stregua della «logica interna» di tale principio.

Orbene, esso non appare di per sé idoneo ad escludere la ri­storabilità del danno da perdita della propria vita.

Tale perdita non ha invero, per antonomasia, conseguenze inter vivos per l’individuo che appunto cessa di esistere, ma ciò non può e non deve tuttavia condurre a negarne in favore del medesimo il ristoro, giacché la perdita della vita, bene supremo dell’uomo e oggetto di primaria tutela da parte dell’ordinamen­to, non può rimanere priva di conseguenze anche sul piano ci­vilistico.

Vale al riguardo osservare che giusta incontrastato dato di esperienza ogni principio ha invero le sue eccezioni.

Orbene, non è chi non veda che il ristoro del danno da perdita della vita costituisce in realtà ontologica ed imprescindibile ec­cezione al principio della risarcibilità dei soli danni-conse­guenza.

La morte ha infatti per conseguenza … la perdita non già solo di qualcosa bensì di tutto. Non solo di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo, la vita, che tutto il resto racchiude. Non già di qualche effetto o conseguenza, bensì di tutti gli ef­fetti e conseguenze.

Non si tratta quindi di verificare quali conseguenze conse­guano al danno-evento, al fine di stabilire quali siano risarcibili e quali no.

Nel più sta il meno.

La morte determina la perdita di tutto ciò di cui consta(va) la vita della (di quella determinata) vittima, che avrebbe conti­nuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l’il­lecito dell’autore non ne avesse determinato la soppressione.

Come correttamente osservato in dottrina, la perdita della vita va in realtà propriamente valutata ex ante e non già ex post ri­spetto all’evento che la determina.

È allora proprio l’eccezione che vale a confermare la regola, evitando che la stessa risulti fallace in quanto insuscettibile di generare applicazione, sì da legittimarne la revoca in dubbio.

Altra e diversa questione costituisce d’altro canto la defini­zione dell’ambito dell’eccezione, se cioè anche la perdita di al­tri diritti inviolabili e beni essenziali dell’uomo, oltre a quello alla

vita, legittimi di per sé l’attribuzione di un ristoro, a pre­scindere dalle conseguenze personali ed economiche che possa­no deri­

varne.

Vale al riguardo osservare come nella stessa giurisprudenza di legittimità si afferma, a volte, che la mera violazione di diritti inviolabili o di diritti fondamentali integra danno in re ipsa (in particolare, per l’affermazione che l’accertamento del supera­mento della soglia di normale tollerabilità di cui all’art. 844 c.c. comporta, nella liquidazione del danno da immissioni, sussi­stente in re ipsa, l’esclusione di qualsiasi criterio di contempe­ramento di interessi contrastanti e di priorità dell’uso, in quanto, venendo in considerazione, in tale ipotesi, unicamente l’illiceità del fatto generatore del danno arrecato a terzi, si rientra nello schema dell’azione generale di risarcimento danni di cui all’art. 2043 c.c., e specificamente, per quanto concerne il danno alla salute, nello schema del danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c., v. Cass. 9 maggio 2012, n. 7048, id., Rep. 2012, voce cit., n. 270).

Deve in proposito peraltro ribadirsi che il danno, anche in ca­so di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimen­to, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’ef­fettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., sez. un., 11 novembre 2008, nn. 26972, cit., 26973, cit., 26974, cit., 26975, cit.), ma va pro­vato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c.

A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale deve essere allora sempre allegato e provato, in quanto l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di «danno-conseguenza», ma tutti i danni extracontrattuali sono da provar­si da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, la prova potendo essere d’altro canto data con ogni mezzo, anche per presunzioni (v. Cass. 3 ottobre 2013, n. 22585, cit.; 20 novembre 2012, n. 20292, cit.; 16 febbraio 2012, n. 2228, cit. V., altresì, successi­vamente alle pronunzie delle sezioni unite del 2008, Cass. 6 aprile 2011, n. 7844, cit.; 5 ottobre 2009, n. 21223, cit.; 22 lu­glio 2009, n. 17101, id., Rep. 2010, voce Lavoro (rapporto), n. 1067; 1° luglio 2009, n. 15406, ibid., n. 1068).

Negare alla vittima il ristoro per la perdita della propria vita significa determinare una situazione effettuale che in realtà ri­morde alla coscienza sociale, costituendo ipotesi che del princi­pio in argomento viene invero a minare la bontà, dando adito ad aneliti di relativo abbandono o superamento in quanto divenuto una «gabbia interpretativa» inidonea a consentire di pervenire a legittimi risultati ermeneutici, rispondenti al comune sentire so­ciale dell’attuale momento storico.

Deve pertanto revocarsi in dubbio l’assunto secondo cui, pur essendo superata da norme internazionali ed europee, la discra­sia tra «morte immediata» e «lesioni mortali» non costituisce invero lacuna o discriminazione costituzionalmente rilevante per il nostro ordinamento interno, posto che comunque il legi­slatore appresta mezzi di tutela, giurisdizionalmente azionabili (in sede penale e civile), sicché solo de iure condendo appare auspicabile «una riforma che possa allineare il sistema italiano a quello internazionale o di diritto comune» (così Cass. 2 aprile 2001, n. 4783, cit.).

Perde invero pregnanza il rilievo che il risarcimento del dan­no da perdita della vita assumerebbe una funzione meramente punitiva, propria invero della sanzione penale (in tal senso, v., in particolare, Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, cit.), giacché la funzione compensativa risulta per converso pienamente assolta dall’obiettiva circostanza che il credito alla vittima spettante per la perdita della propria vita a causa dell’altrui illecito accresce senz’altro il suo patrimonio ereditario.

Vano risulta fare ricorso al presupposto del «lasso di tempo non trascurabile» o al criterio dell’intensità della sofferenza, meri escamotages interpretativi per superare le iniquità scatu­renti dalla negazione del risarcimento del danno da perdita della vita, e superare le disparità di trattamento derivanti dalla neces­sità di stabilire quale esso sia.

Inutile si appalesa il sopperire alla mancanza di ristoro della perdita della vita mediante l’«attribuzione ai familiari — iure proprio — del diritto di risarcimento di tutti i danni non patri­moniali, comprensivi non delle sole sofferenze fisiche (even­tuali danni biologici) o psichiche (danni morali o soggettivi), ma

anche dei c.d. danni esistenziali, consistenti nell’irredimibile, oggettiva e peggiorativa alterazione degli assetti affettivi e rela­zionali all’interno della famiglia (e che di un tanto si tratti emerge evidente dalla relativa ristorabilità riconosciuta anche in caso — come più sopra evidenziato — di sopravvivenza pro­trattasi solamente per mezz’ora o per pochi attimi dopo il sini­stro), derivante dalla morte».

Soluzione che pone il rischio di confusioni concettuali ovvero di avallare l’idea dell’uso strumentale di determinati istituti per sopperire al mancato riconoscimento di altri.

Vengono meno anche le ragioni delle peraltro condivisibili perplessità emergenti in ordine alla persistente affermazione dell’irrisarcibilità dell’agonia inconsapevole (v. Trib. Venezia 6 luglio 2009, cit.; 15 marzo 2004, cit.), le cui incongruenze ar­gomentative emergono evidenti in ragione del segnalato ricono­scimento della risarcibilità del danno non patrimoniale in favore del neonato e del nascituro [v. Cass. 3 maggio 2011, n. 9700, id., Rep. 2011, voce Danni civili, n. 253: «la mancanza del rap­porto intersoggettivo che connota la relazione tra padre e figlio è divenuta attuale quando la figlia è venuta alla luce. In quel momento s’è verificata la propagazione intersoggettiva dell’ef­fetto dell’illecito per la lesione del diritto della figlia (non del feto) al rapporto col padre; e nello stesso momento è sorto il suo diritto di credito al risarcimento, del quale è dunque diventato titolare un soggetto fornito della capacità giuridica per essere nato»; Cass. 11 maggio 2009, n. 10741, cit.], e a fortiori della persona giuridica e dell’ente [per l’affermazione della risarcibi­lità del danno non patrimoniale allorquando il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della persona giuridica o dell’ente che sia «equivalente» ai diritti fondamentali della persona uma­na garantiti dalla Costituzione, come il diritto all’immagine, alla reputazione, all’identità della persona giuridica o dell’ente, v. Cass. 4 giugno 2007, n. 12929, id., Rep. 2007, voce cit., n. 382; 9 maggio 2011, n. 10125, id., Rep. 2011, voce Professioni in­tellettuali, n. 173. Nel senso che spetta alla persona giuridica e all’ente non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo, sofferto per la durata irragionevole del processo, v. Cass. 4 giu­gno 2013, n. 13986, id., Mass., 440; 1° dicembre 2011, n. 25730, id., Rep. 2012, voce Diritti politici e civili, n. 236; 29 marzo 2006, n. 7145, id., Rep. 2006, voce cit., n. 253; 18 feb­braio 2005, n. 3396, id., Rep. 2007, voce cit., n. 235; 16 luglio 2004, n. 13163, id., Rep. 2005, voce cit., n. 267. In ordine alla risarcibilità del danno all’immagine della pubblica amministra­zione, v. Cass. 22 marzo 2012, n. 4542, id., Rep. 2012, voce Danni civili, n. 211, e Cass. 4 giugno 2007, n. 12929, cit., non­ché Corte cost. 15 dicembre 2010, n. 355, id., 2011, I, 644. Per l’affermazione che anche nei confronti delle persone giuridiche, e in genere degli enti collettivi, è configurabile il risarcimento del danno non patrimoniale, che non coincide con la pecunia doloris (danno morale), bensì ricomprende qualsiasi conseguen­za pregiudizievole ad un illecito che, non prestandosi ad una va­

lutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa es­sere oggetto di risarcimento ma di riparazione, v. Cass. 12 di­cembre 2008, n. 29185, id., Rep. 2009, voce cit., n. 345].

La perdita del bene vita, oggetto di un diritto assoluto e in­violabile, è allora ex se risarcibile, nella sua oggettività, a pre­scindere pertanto dalla consapevolezza che il danneggia­to/vittima ne abbia.

La giurisprudenza di legittimità ha d’altro canto già avuto modo di affermare che la percezione della gravità della lesione dell’integrità personale della vittima nella fase terminale della sua vita può essere anche «non cosciente», il danno essendo an­che in tal caso pur «sempre esistente» (v. Cass. 28 agosto 2007, n. 18163, cit. V., altresì, Cass. 19 ottobre 2007, n. 21976, cit.; e, da ultimo, con riferimento al danno morale, Cass. 7 febbraio 2012, n. 1716, id., Rep. 2012, voce Infortuni sul lavoro, n. 84: sarebbe iniquo riconoscere il diritto soggettivo al risarcimento di un danno non patrimoniale diverso dal pregiudizio alla salute e consistente in sofferenze morali, e negarlo quando queste sof­ferenze non siano neppure possibili a causa dello stato di non lucidità del danneggiato. V., altresì, Cass. 11 giugno 2009, n. 13530, cit.; 15 marzo 2007, n. 5987, id., Rep. 2007, voce Danni civili, n. 280).

Va conclusivamente affermato che il danno non patrimoniale da perdita della vita consiste nella perdita del bene vita, bene supremo dell’individuo oggetto di un diritto assoluto e inviola­­

bile dall’ordinamento garantito in via primaria, anche sul piano della tutela civile.

Trattasi di danno altro e diverso, in ragione del diverso bene tutelato, dal danno alla salute, e si differenzia pertanto dal dan­no biologico terminale e dal danno morale terminale (o catastro­fale o catastrofico) della vittima, rilevando ex se, nella sua og­gettività di perdita del bene vita, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile.

La perdita della vita va ristorata a prescindere dalla consape­volezza che il danneggiato ne abbia, anche in caso di morte c.d. immediata o istantanea, senza che assumano pertanto rilievo né il presupposto della persistenza in vita per un apprezzabile lasso di tempo successivo al danno-evento né il criterio dell’intensità della sofferenza subita dalla vittima per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabile sopraggiungere della propria fine.

Il diritto al ristoro del danno da perdita della vita si acquisisce dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale, e quindi anteriormente all’exitus, costituendo ontologica, impre­scindibile eccezione al principio dell’irrisarcibilità del danno-evento e della risarcibilità dei soli danni-conseguenza, giacché la morte ha per conseguenza la perdita non già solo di qualcosa bensì di tutto; non solamente di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo della vita; non già di qualche effetto o conse­guenza, bensì di tutti gli effetti e conseguenze, di tutto ciò di cui consta(va) la vita della (di quella determinata) vittima e che avrebbe continuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l’illecito non ne avesse causato la soppressione.

Il ristoro del danno da perdita della vita ha funzione compen­sativa e il relativo diritto (o ragione di credito) è trasmissibile iure hereditatis (cfr. Cass. 3 ottobre 2013, n. 22601, cit.), non patrimoniale essendo il bene protetto (la vita), e non già il di­ritto al ristoro della relativa lesione.

Orbene, nel respingere «la domanda di risarcimento iure he­reditario formulata dagli appellanti per il ristoro dei danni per­sonali (da morte e da lesioni mortali) subiti dalla loro madre Giuliana Panzavolta, in quanto deceduta dopo circa tre ore e mezzo dal sinistro, dopo cioè un lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta», la corte di merito ha disatteso i principî da questa corte — anche a sezioni unite — posti già in tema di danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico), ravvisato ristorabile anche in caso di sopravvivenza della vittima per poche ore (v. Cass. 21 marzo 2013, n. 7126, cit.), anche solo due (v. Cass. 22 marzo 2007, n. 6946, ibid., n. 260; 31 maggio 2005, n. 11601, cit.), e financo per una mera mezz’ora (v. Cass. 8 aprile 2010, n. 8360, cit.) o addirittura pochi attimi (v. Cass. 7 giugno 2010, n. 13672, cit.) dopo il sinistro.

Alla stregua di quanto sopra osservato in ordine alle incon­gruenze e agli aspetti ingiustificatamente discriminatori che (co­sì come quella del danno biologico terminale) la figura del dan­no morale terminale (o catastrofale o catastrofico) prospetta (si pensi, ad esempio, con riferimento all’ipotesi di aereo dirottato da terroristi e lanciato verso un preannunziato attacco terroristi­co, al differente trattamento della vittima inconsapevole, in quanto affetta da malattia o perché neonata, cui essa conduce ri­spetto alla vittima rimasta viceversa lucidamente in attesa del­l’evento mortale), e a fortiori della segnalata diversità dell’og­getto del bene vita, la perdita della vita deve ritenersi dunque di per sé ristorabile in favore della vittima che la subisce, irrile­vanti al riguardo invero essendo sia il presupposto della perma­nenza in vita per un apprezzabile lasso di tempo successivo al danno-evento che il criterio dell’intensità della sofferenza della vittima per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabile so­praggiungere della propria fine.

Deve a tale stregua nel caso senz’altro riconoscersi (anche) il danno da perdita della vita sia della Giuliana Panzavolta che del Marcello Soprani dagli odierni ricorrenti Mariano e Cinzia So­prani sia iure proprio che iure hereditatis subìto.

È al riguardo appena il caso di rilevare che non si prospetta nella specie l’applicazione del principio della c.d. prospective overruling, secondo cui, facendo eccezione al principio in base al quale la pronunzia con cui il giudice della nomofilachia muta la propria precedente interpretazione si applica retroattivamente (sicché anche il caso portato alla sua attenzione viene deciso in base alla nuova regola), in ragione del carattere lungamente consolidato nel tempo del pregresso indirizzo tale da indurre la parte a un ragionevole affidamento su di esso, il relativo abban­­

dono si connoti del carattere dell’(assoluta) imprevedibilità, nel qual caso la norma non si applica secondo il nuovo significato

attribuitale nei confronti della parte che abbia confidato incol­pevolmente (e cioè non oltre il momento di oggettiva conosci­bilità dell’arresto nomofilattico correttivo, da verificarsi in con­creto) nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa (v. Cass., sez. un., 11 luglio 2011, n. 15144, cit.).

Come questa corte ha già avuto modo di affermare, il suindi­cato principio dell’overruling opera infatti in caso di mutamento di consolidata interpretazione di norma processuale, compor­tante un effetto preclusivo del diritto di azione o di difesa in danno di una parte del giudizio [v. Cass. 27 dicembre 2011, n. 28967, id., Rep. 2012, voce Lavoro (rapporto), n. 1364. Con­formemente, v. Cass. 11 marzo 2013, n. 5962, id., Mass., 179 Cfr., altresì, Cass. 17 maggio 2012, n. 7755, id., Rep. 2012, vo­ce Cassazione civile, n. 186; 4 maggio 2012, n. 6801, ibid., voce Lavoro (rapporto), n. 979; 28 febbraio 2012, n. 3042, ibid., voce Procedimento civile, n. 108; 30 dicembre 2011, n. 30111, ibid., voce Diritti politici e civili, n. 245; 7 febbraio 2011, n. 3030, id., 2011, I, 1075], e non anche in ipotesi di (radicale) muta­mento di orientamento interpretativo in ordine a norma come nella specie di diritto sostanziale [cfr. Corte eur. diritti dell’uo­mo 18 dicembre 2008, Unedic c. Francia; Cass. 17 maggio 2012, n. 7755, cit.; 4 maggio 2012, n. 6801, cit.; 3 novembre 2011, n. 22799, id., Rep. 2011, voce Fallimento, n. 323].

In ordine alla quantificazione del danno da perdita del bene vita in favore della persona che appunto la perde va osservato che esso (come del resto il danno biologico terminale e il danno morale terminale della vittima), non è contemplato dalle tabelle di Milano.

Il danno biologico terminale o il danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) sono stati quantificati con applica­zione del criterio equitativo c.d. puro (v. Cass. 21 marzo 2013, n. 7126, cit.) ovvero, e più frequentemente, movendo dal dato tabellare dettato per il danno biologico e procedendo alla relati­va personalizzazione (v., in particolare, Cass. 8 aprile 2010, n. 8360, cit.).

Anche allorquando si è in giurisprudenza di merito fatto rife­rimento alla lesione del bene vita in sé considerato, ai fini liqui­datori si è del pari solitamente utilizzato il criterio tabellare, ri­ferito a soggetto con invalidità al cento per cento (v., in parti­colare, la citata Trib. Venezia 15 giugno 2009).

Idoneo parametro di liquidazione è stato altresì ritenuto l’in­dennizzo previsto dalla l. n. 497 del 1999 per i parenti delle vit­time del disastro del Cermis (v. Trib. Roma 9 dicembre 2008, id., 2009, I, 1634).

Come correttamente osservato in dottrina, l’autonomia del bene vita rispetto al bene salute/integrità psicofisica impone pe­raltro di individuarsi un sistema di quantificazione particolare e specifico, diverso da quello dettato per il danno biologico.

Si è al riguardo evocato il criterio del rischio equivalente, elaborato dalla dottrina nordamericana.

Nel sottolinearsi le perplessità che esso peraltro suscita lad­dove, nella versione «soggettivistica» (che ai fini della determi­nazione della somma dovuta rimette all’indicazione della stessa vittima di quanto sarebbe disposta a pagare o ad accettare al fine di evitare o di sostenere il rischio dell’illecito), prospetta un ri­schio di «sovrastima» che ciascuno può assegnare al valore della propria vita, e in quella statistico-oggettiva di c.d. valuta­zione sociale [che rimette a quanto una data collettività (catego­ria di lavoratori, abitanti di una certa area geografica, ecc.) sa­rebbe disposta a pagare per ridurre le probabilità di morte di un soggetto, di identità non nota, alla stessa appartenente] prospetta un rischio di «indifferenza» nei confronti della vittima e delle circostanze del caso concreto, si è invero adombrata la possibi­lità di farsi riferimento a quest’ultimo criterio «correggendolo con riferimenti legati al caso di specie, quali l’età della vittima e, quando sussistano elementi idonei, il valore indicativo attri­buito dal danneggiato alla propria vita (ad es., gli oneri assicu­rativi sopportati in proporzione alla sua capacità patrimoniale)».

Come già con riferimento alla liquidazione del danno non patrimoniale e al sistema delle tabelle, va ribadito che la valuta­zione equitativa spetta al giudice di merito ed è rimessa alla sua prudente discrezionalità l’individuazione dei criteri di relativa valutazione.

La stessa indicazione delle tabelle di Milano è stata da questa corte operata non già contrapponendo «una propria scelta a

quella già effettuata dai giudici di merito», ma limitandosi a prendere atto della relativa pregressa diffusione e della conse­­

guentemente palesata «vocazione nazionale» (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.).

Essendo la vita in sé e per sé insuscettibile di valutazione economica in un determinato preciso ammontare, appare impre­scindibile che il diritto privato consenta di riconoscersi alla vit­tima per la perdita del suo bene supremo un ristoro che sia equo, nel significato delineato dalla giurisprudenza di legittimità (v. Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit.).

Deve ritenersi allora ammissibile qualsiasi modalità che con­senta di addivenire ad una valutazione equa.

Non appare a tal fine invero idonea una soluzione di carattere meramente soggettivo, né la determinazione di un ammontare uguale per tutti, a prescindere cioè dalla relativa personalizza­zione (in considerazione ad esempio dell’età, delle condizioni di salute e delle speranze di vita futura, dell’attività svolta, delle condizioni personali e familiari della vittima).

Vale al riguardo altresì segnalare che dal riconoscimento della ristorabilità della perdita del bene vita in sé e per sé consi­derato, anche in caso di immediatezza o istantaneità della morte, deriva, quale corollario, la necessità di procedere alla relativa quantificazione senza dare in ogni caso ingresso a duplicazioni risarcitorie.

Rigettati i ricorsi proposti in via incidentale, l’accoglimento nei suindicati termini del ricorso proposto dai sig. Mariano e Cinzia Soprani nonché dai sig. Elena Focacci e Vanni Panza­volta comporta, assorbita ogni altra e diversa questione, la cas­sazione in relazione dell’impugnata sentenza e il rinvio alla Corte d’appello di Milano, che, in diversa composizione, proce­derà a nuovo esame, facendo applicazione dei seguenti principî:

— la categoria generale del danno non patrimoniale, che at­tiene alla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da valore di scambio, è di natura composita e (così come il dan­no patrimoniale si scandisce in danno emergente e lucro ces­sante) si articola in una pluralità di aspetti (o voci), con funzio­ne meramente descrittiva, quali il danno morale, il danno biolo­gico e il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. esisten­ziale;

— il danno morale va inteso a) come patema d’animo o sof­ferenza interiore o perturbamento psichico nonché b) come le­sione alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana;

— del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, sicché se ne impone la valutazione equitativa;

— la valutazione equitativa, che attiene alla quantificazione e non già all’individuazione del danno, deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostan­ze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione;

— i criteri di valutazione equitativa, la cui scelta e adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono esse­re idonei a consentire altresì la c.d. personalizzazione del danno, al fine di addivenirsi ad una liquidazione equa, e cioè congrua, adeguata e proporzionata;

— la liquidazione deve rispondere ai principî dell’integralità del ristoro, e pertanto:

a) non deve essere puramente simbolica o irrisoria o comun­que non correlata all’effettiva natura o entità del danno ma ten­dere, in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, alla maggiore approssimazione pos­sibile all’integrale risarcimento;

b) deve concernere tutti gli aspetti (o voci) di cui la generale ma composita categoria del danno non patrimoniale si compen­dia;

— il principio dell’integralità del ristoro subìto dal danneg­giato non si pone in termini antitetici, ma trova per converso correlazione con il principio in base al quale il danneggiante è tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone di evitarsi altresì duplicazioni risarcitorie, le quali si configura­no (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, de­nominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquida­zione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente deri­­

vanti dal fatto illecito ed incidenti sulla persona del danneggia­to;

— nel liquidare il danno morale il giudice deve dare moti­vatamente conto del relativo significato al riguardo considerato, e in particolare se lo abbia valutato non solo quale patema d’a­nimo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), ma anche in termini di dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana;

— il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. esisten­ziale (che consiste nello sconvolgimento dell’esistenza sostan­ziatosi nello sconvolgimento delle abitudini di vita, con altera­zione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della co­mune vita di relazione — sia all’interno che all’esterno del nu­cleo familiare —; in fondamentali e radicali scelte di vita diver­sa) risulta integrato in caso come nella specie di sconvolgimento della vita subìto dal coniuge (nel caso, il marito) a causa della morte dell’altro coniuge (nel caso, la moglie);

— costituisce danno non patrimoniale altresì il danno da per­dita della vita, quale bene supremo dell’individuo, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile garantito in via primaria da parte dell’ordinamento, anche sul piano della tutela civilistica;

— il danno da perdita della vita è altro e diverso, in ragione del diverso bene tutelato, dal danno alla salute, e si differenzia dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) della vittima, rilevando ex se nella sua oggettività di perdita del principale bene dell’uomo costi­tuito dalla vita, a prescindere dalla consapevolezza che il dan­neggiato ne abbia, e dovendo essere ristorato anche in caso di morte c.d. immediata o istantanea, senza che assumano pertanto al riguardo rilievo la persistenza in vita all’esito del danno-evento da cui la morte derivi né l’intensità della sofferenza inte­riore patita dalla vittima in ragione della cosciente e lucida per­cezione dell’ineluttabile sopraggiungere della propria fine;

— il diritto al ristoro del danno da perdita della vita si acqui­sisce dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale, e quindi anteriormente all’exitus, costituendo ontologi­ca, imprescindibile eccezione al principio dell’irrisarcibilità del danno-evento e della risarcibilità dei soli danni-conseguenza, giacché la morte ha per conseguenza la perdita non già solo di qualcosa bensì di tutto; non solamente di uno dei molteplici be­ni, ma del bene supremo della vita; non già di qualche effetto o conseguenza, bensì di tutti gli effetti e conseguenze, di tutto ciò di cui consta(va) la vita della (di quella determinata) vittima e che avrebbe continuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l’illecito non ne avesse causato la soppressione;

— il ristoro del danno da perdita della vita ha funzione com­pensativa e il relativo diritto (o ragione di credito) è trasmissi­bile iure hereditatis;

— il danno da perdita della vita è imprescindibilmente ri­messo alla valutazione equitativa del giudice;

— non essendo il danno da perdita della vita della vittima contemplato dalle tabelle di Milano, è rimessa alla prudente di­screzionalità del giudice di merito l’individuazione dei criteri di relativa valutazione che consentano di pervenire alla liquidazio­ne di un ristoro equo, nel significato delineato dalla giurispru­denza di legittimità, non apparendo pertanto idonea una solu­zione di carattere meramente soggettivo, né la determinazione di un ammontare uguale per tutti, a prescindere cioè dalla relativa personalizzazione, in considerazione in particolare dell’età, delle condizioni di salute e delle speranze di vita futura, dell’at­tività svolta, delle condizioni personali e familiari della vittima.

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(1, 2, 3) I. – La questione riguardante l’acquisizione immediata in capo alla vittima (e, quindi la trasmissione ai suoi eredi) del diritto al risar­cimento del danno da perdita della vita (o tanatologico) approda alle sezioni unite, subito dopo che la pronuncia sub II (annotata, in prima battuta, da F. Martini, La volontà di realizzare una rivoluzione coper­nicana con la mancanza di solide basi giuridiche, in Guida al dir., 2014, fasc. 7, 30, e M. Rodolfi, Una voce isolata nella giurisprudenza, ibid., 35) aveva incrinato il fronte della giurisprudenza di legittimità, prima d’allora compatto nell’escludere la risarcibilità dell’anzidetta voce (cfr., riassuntivamente, B. Guidi, Storia e vicissitudini del danno da morte, in Danno e resp., 2013, 1207). L’ordinanza sub I, scarna e dai toni asettici, si limita a prendere atto dell’evidente contrasto di giu­risprudenza determinatosi in seno alla terza sezione civile e a chiedere che il dissidio venga ricomposto.

In caso di morte sopraggiunta a breve distanza dalle lesioni, si era comunque ammesso che in capo alle vittima potesse sorgere il diritto al risarcimento, in maniera disgiunta o congiunta: a) del danno biologico terminale, in relazione all’effettiva compromissione dell’integrità psi­cofisica, sempre che la sopravvivenza del soggetto leso si fosse pro­tratta per un lasso di tempo apprezzabile; b) del danno morale terminale (detto catastrofale o catastrofico), subordinatamente alla circostanza che tra il fatto lesivo e il decesso la vittima fosse rimasta compos sui e, dunque, fosse stata in grado di percepire la sofferenza connessa allo

spegnersi della propria vita. A questo orientamento sono ascrivibili Cass. 21 marzo 2013, n. 7126, Foro it., Mass., 223 (per esteso, Arch. circolaz., 2013, 603); 28 gennaio 2013, n. 1871, Foro it., 2013, I, 834 (che ha escluso la risarcibilità del danno non patrimoniale iure heredi­tatis in favore dei parenti delle vittime del disastro aereo di Ustica del 27 giugno 1980); 29 maggio 2012, n. 8575, Riv. neldiritto, 2013, 244; 20 aprile 2012, n. 6273, Foro it., Rep. 2012, voce Danni civili, n. 189; 22 febbraio 2012, n. 2564, ibid., n. 207 (annotata da D. Gallo, Danno morale: escluso il risarcimento del danno ai congiunti se la vittima non riprende conoscenza, in La responsabilità civile, 2012, 847); 20 set­tembre 2011, n. 19133, Foro it., Rep. 2012, voce cit., n. 200; 24 marzo 2011, n. 6754, id., 2011, I, 1035 (annotata da G. Ponzanelli, Il proble­ma delle duplicazioni: due sentenze della Cassazione, in Corriere giur., 2011, 1097); 18 gennaio 2011, n. 1072, Foro it., Rep. 2011, voce cit., n. 245 (annotata da P. Ziviz, È risarcibile la perdita della vita?, in Resp. civ., 2011, 1026; G. Milizia, Morti bianche: all’erede spetta solo il danno biologico terminale, in <www.dirittoegiustizia.it>, 2011; M. Gorgoni, Ancora ripensamenti giurisprudenziali sul danno da morte iure hereditario, in La responsabilità civile, 2012, 351; nonché, assieme alla precedente, da G.M. Losco, Danno biologico e danno morale – Al­cune considerazioni sul danno pre morte in caso di lesioni gravissime, in Dir. e fiscalità assicuraz., 2012, I, 185).

 

II. – Nella giurisprudenza di merito si riscontrava una maggiore va­rietà (cfr. E. Serani, Il risarcimento del danno da morte dopo le sezioni unite del 2008: prassi e aporie delle corti di merito, in Danno e resp., 2013, 1200). L’adesione alla soluzione in passato egemone in Cassa­zione (v., ad es., Trib. Piacenza 29 giugno 2010, Foro it., Rep. 2011, voce cit., n. 257; annotata da C. Medici, Battuta d’arresto per il rico­noscimento del danno tanatologico, in Danno e resp., 2011, 257; Trib. Rovereto 23 luglio 2010, Foro it., Rep. 2010, voce cit., n. 289) non era unanime.

Si registravano, infatti, diverse aperture nei confronti del danno ta­natologico (cfr. Trib. Brindisi 12 dicembre 2013, giud. Natali, S. assi­curazioni c. G.L. e altri e A.E. (avv. Palazzo), inedita; Venezia 23 ago­sto 2010, ibid., n. 362; Trib. Ravenna 9 settembre 2009, ibid., n. 285; annotata da A. Lupi, Estensione della competenza funzionale del giudi­ce del lavoro e risarcibilità del danno da morte, in Riv. giur. lav., 2010, II, 566; Trib. Venezia 15 giugno 2009, Foro it., Rep. 2010, voce cit., n. 278; annotata da C. Medici, Morte immediata della vittima e aporie della responsabilità civile: verso la caduta di un dogma, in Danno e resp., 2010, 1011; F. Giovannella, Morte a Venezia (e riconoscimento del danno tanatologico), in Nuova giur. civ., 2010, I, 475; Trib. Terni 4 marzo 2008, Foro it., Rep. 2008, voce cit., n. 268; annotata da R. Bor­don, Causalità e danni da morte: non si arresta la spinta evolutiva, in Resp. civ., 2008, 1837; P. Valore, Nesso di causalità civile e danno ta­natologico, in Corriere merito, 2008, 803; Trib. Napoli 17 aprile 2007 e 18 gennaio 2007, Foro it., Rep. 2007, voce cit., nn. 262, 265; anno­tate da D. Rascio, Giudici contro: il danno da morte, in Dir. e giur., 2007, 306; Trib. Venezia 15 marzo 2004, Foro it., 2004, I, 2256 (an­notata da M. Caputi, Chi muore giace e chi vive (non) si dà pace: la (quasi) irrisarcibilità iure hereditatis del danno tanatologico, in Danno e resp., 2004, 1215; R. Foffa, Danno biologico terminale: istruzioni per l’uso, ibid., 1218; A. Cilento, Sulle «metamorfosi» del danno non patrimoniale, in Dir. famiglia, 2005, 1200).

A proposito della liquidazione del danno biologico iure hereditario nell’ipotesi in cui tra l’evento lesivo e la morte sia intercorso meno di un giorno, Cass. 29 novembre 2011, n. 25215, Foro it., Rep. 2012, voce cit., n. 255 (annotata da M. Tosoni, Il risarcimento del danno da morte, in La responsabilità civile, 2012, 889), ha statuito che si possa procede­re al ristoro mediante personalizzazione dei criteri tabellari utilizzati per l’inabilità temporanea.

 

III. – Tra i contributi più recenti sul danno da morte, v. N. Lipari, Danno tanatologico e categorie giuridiche, in Riv. critica dir. privato, 2012, 523 (nonché Le categorie del diritto civile, Milano, 2013, 212 ss.); C.M. Bianca, Il danno da perdita della vita, in Vita not., 2012, 1497; T. Arrigo, Il risarcimento del danno da uccisione e da lesioni personali – Formule interpretative e tecniche di tutela di congiunti, Pa­dova, 2012; C. Trapuzzano, Il danno non patrimoniale da morte, in Giur. merito, 2012, 1002; G. Belli, op. cit.; D. Rolli, Il danno tanato­logico: qualificazione e risarcibilità, in Arch. circolaz., 2011, 985; S. Amerio, Il danno da morte e la sua trasmissibilità iure hereditario, in La responsabilità civile, 2011, 842.

Cfr. altresì i commenti, riportati di seguito alla presente nota reda­zionale, di A. Palmieri-R. Pardolesi, di R. Simone, R. Caso e C. Medi­­

ci (questi ultimi tre non tengono conto della sopravvenienza dell’ordi­­

nanza sub I).

 

(2) I. – Per quanto riguarda la configurazione del danno non patrimo­niale, la sentenza sub II si inquadra nell’orientamento che ne propugna una dimensione pluralistica, sì da garantire uno spazio autonomo (e un’autonoma risarcibilità) per le diverse voci in cui la categoria si arti­cola. Emblematica di questo modo di intendere la ricostruzione operata nel 2008 dalle sezioni unite, che trova numerosi proseliti nella Suprema corte (ma non può dirsi ancora incontrastato), è Cass. 3 ottobre 2013, n. 22585, Foro it., 2013, I, 3433, con note di A. Palmieri-R. Pardolesi, Il ritorno di fiamma del danno esistenziale (e del danno morale soggetti­vo): l’incerta dottrina della Suprema corte sull’art. 2059 c.c., e di G. Ponzanelli, Nomofilachia tradita e le tre voci di danno non patrimo­niale (annotata altresì da P.G. Monateri, L’ontologia dei danni non patrimoniali, in Danno e resp., 2014, 55; M. Iaselli, Danno esisten­ziale risarcibile in via autonoma. È categoria indefinita e atipica, in <www.altalex.com>, 2013). Per una ricognizione delle problematiche riguardanti il danno non patrimoniale, v. P.G. Monateri-D. Gianti-L. Siliquini Cinelli, Danno e risarcimento, Torino, 2013, 111 ss.

Dal punto di vista sistematico, particolare enfasi viene data alla scomposizione della voce «danno morale» in due ulteriori profili, l’uno (corrispondente alla visione tradizionale) attinente al patema d’animo, alla sofferenza interiore o al perturbamento psichico, l’altro concretan­tesi nella lesione della dignità della persona. Al riguardo, oltre ad alcu­ni indici tratti da fonti normative secondarie, vengono valorizzati alcuni precedenti in cui si ricollegava il danno morale a un vulnus inferto alla dignità umana: cfr. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2228, Foro it., 2012, I, 1802, redatta dal medesimo estensore dell’odierna pronuncia; 10 marzo 2010, n. 5770, id., Rep. 2011, voce Danni civili, n. 327; 11 giugno 2009, n. 13530, id., Rep. 2009, voce cit., n. 335 (annotata da P. Ziviz, La «questione morale», in Resp. civ., 2009, 1785; F. Benatti, Il pro­blema della quantificazione del danno non patrimoniale, in La respon­sabilità civile, 2010, 192; F. Azzarri, Funzioni e sostanza del risarci­mento innanzi alla lesione dell’intangibilità sessuale del minore, in Nuova giur. civ., 2010, I, 24); 12 dicembre 2008, n. 29191, Foro it., Rep. 2009, voce cit., n. 381 (annotata da D. Chindemi, Danno morale: alla morte segue la resurrezione, in Resp. civ., 2009, 814).

In motivazione si esprimono dubbi circa l’idoneità del sistema ta­bellare — vuoi quello generale (e residuale) elaborato dal Tribunale di Milano (indice primario di riferimento per tutti gli uffici giudiziari di­slocati sul territorio nazionale), vuoi quelli settoriali di matrice legisla­tiva — nella misura in cui non sembrano tener conto del danno morale nell’accezione di pregiudizio all’integrità morale e delineano tetti mas­simi, o limiti massimi di oscillazione, per alcune voci.

Al riguardo, con specifico riferimento alle tabelle predisposte, in ap­plicazione dell’art. 139 cod. assicurazioni private, per le c.d. lesioni micropermanenti, la Corte di giustizia ha riconosciuto la compatibilità di tale tecnica risarcitoria con i principî dell’Unione europea in materia di assicurazione della responsabilità civile automobilistica, evidenzian­do che la normativa italiana non comporta né l’esclusione, né una li­mitazione eccessiva del diritto della vittima a beneficiare di un ristoro: cfr. Corte giust. 23 gennaio 2014, causa C-371/12, Foro it., 2014, IV, 129, in questo fascicolo, con nota di richiami.

È stata, inoltre, ripetutamente rimessa al vaglio della Consulta la co­stituzionalità del citato art. 139: cfr. Giud. pace Torino, ord. 21 ottobre 2011, id., 2012, I, 635; Trib. Tivoli, ord. 21 marzo 2012, id., Rep. 2012, voce Assicurazione (contratto), n. 176; Trib. Brindisi-Ostuni, ord. 3 aprile 2012, ibid., n. 175; Giud. pace Recanati, ord. 24 maggio 2013, Gazzetta ufficiale, 1a s.s., n. 4 del 22 gennaio 2014. La discussione delle questioni sollevate dalle prime tre ordinanze è fissata per l’udien­za pubblica del 24 giugno 2014.

 

II. – Il danno da perdita (o più in generale da lesione) del rapporto parentale viene inteso da Cass. 1361/14 come una delle epifanie (da al­cuni passaggi della motivazione, parrebbe invero quella paradigmatica) della voce denominata «danno esistenziale».

La risarcibilità del danno da perdita del rapporto parentale presuppo­ne che il giudice di merito accerti, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse: cfr. Cass. 22 agosto 2013, n. 19402, Foro it., Mass., 614; 13 maggio 2011, n. 10527, id., 2011, I, 2709, con nota di richiami di A. Palmieri e nota di G. Ponza­nelli, Lo sconvolgimento della vita nelle macrolesioni: rapporto tra tabelle e potere equitativo del giudice (dove, pur ammettendo la possi­bilità di far ricorso a presunzioni semplici, si è ritenuta inidonea, ai fini del ristoro di tale pregiudizio, la deduzione di fatti inerenti alla perdita di abitudini e riti propri della quotidianità della vita). Sulla necessità di tener conto, in caso di morte di un congiunto, anche di tale voce di pre­giudizio e di liquidarla in maniera adeguata, v. Cass. 16 novembre 2011, n. 24016, id., Rep. 2012, voce Danni civili, n. 190 (annotata da C. Dini, Risvolti risarcitori della fine di una vita – Danni da uccisione e integralità del risarcimento, in Resp. civ., 2012, 1560).

Relativamente al danno da perdita del rapporto parentale richiesto dai congiunti non appartenenti alla famiglia nucleare del de cuius, si è

affermato che il risarcimento non possa prescindere dalla dimostrazione

della convivenza: così Cass. 16 marzo 2012, n. 4253, Foro it., 2012, I, 2393, con osservazioni di A. Palmieri (annotata da P. Morozzo Della Rocca, Sulla condizione di convivenza nel risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione del familiare, in Corriere giur., 2012, 1062; A. Nobile, Risarcibilità del danno non patrimoniale per morte del pa­rente non convivente, in Giur. it., 2012, 2519; M. Rossetti, Senectus ipsa est morbus, ovvero che male c’è se ti ammazzano un nonno? (cri­tica ad una aberrante sentenza della Corte di cassazione), in Danno e resp., 2013, 40; D. de Strobel-V. Ogliari, La convivenza, discutibile condizione essenziale, fissata dalla Cassazione, per il riconoscimento del danno anche non patrimoniale da uccisione, a determinati con­giunti, in Dir. e fiscalità assicuraz., 2013, I, 228). Siffatta limitazione non è stata tuttavia condivisa da Cass. 4 giugno 2013, F., Foro it., 2014, II, 86, e, nella giurisprudenza di merito, da Trib. Roma 9 aprile 2013, id., 2013, I, 2316.

La perdita di una persona cara è stata riconosciuta quale fonte di una specifica voce di danno non patrimoniale risarcibile anche dove manchi un rapporto di parentela: cfr. Cass. 7 giugno 2011, n. 12278, id., Rep. 2011, voce cit., n. 254; Trib. Milano 12 settembre 2011, ibid., n. 288 (annotata da M. Potè, Lesione del rapporto famigliare e convivenza tra persone dello stesso sesso, in Resp. civ., 2012, 1650; A. Lorenzetti, Anche al convivente same-sex spetta il risarcimento del danno per la morte del compagno, in Nuova giur. civ., 2012, I, 207; D. Amram, Danno da perdita del congiunto e modelli familiari: il caso del risar­cimento al convivente omosessuale, in Riv. it. medicina legale, 2012, 344), e 13 luglio 2011, Foro it., Rep. 2012, voce cit., n. 206 (annotata da V. Santarsiere, Incidente stradale, risarcimento del danno – Rile­vanza del rapporto parentale tra «conviventi a distanza», ma vicini af­fettivamente, in Arch. circolaz., 2012, 145); Trib. Bologna 14 aprile 2010, Foro it., Rep. 2010, voce cit., n. 277 (annotata da M. Crocitto, Il risarcimento del danno da uccisione in favore del convivente more uxorio, in La responsabilità civile, 2010, 772), dove si è evidenziata l’insufficienza della prova di una relazione amorosa, per quanto carat­terizzata da serietà di impegno e regolarità di frequentazione nel tempo, dovendosi dimostrare l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale.

Sul versante internazionalprivatistico, di recente si è affermato che l’ordine pubblico osta all’applicazione nell’ordinamento italiano del­l’art. 1327 ABGB (codice civile austriaco), che limita il risarcimento in favore dei congiunti di persone decedute a seguito di fatto illecito al solo danno patrimoniale ed esclude la risarcibilità del danno parentale: cfr. Cass. 22 agosto 2013, n. 19405, Foro it., Mass., 646, che sarà ri­portata in un prossimo fascicolo.

Da ultimo, Cass. 14 gennaio 2014, n. 531, pres. Amatucci, est. Am­brosio, p.m. Velardi (concl. conf.), id., Le banche dati, archivio Cassazione civile, ha evidenziato come, anche in assenza di un danno biologico, lo sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere per tutta la sua vita ai bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, con la correlata riduzione (pressoché totale) delle positività derivanti dal rapporto parentale, debba trovare ristoro ai sensi dell’art. 2059 c.c.

Tra le decisioni di merito, v. Trib. Ascoli Piceno 24 febbraio 2012, Dir. e lav. Marche, 2012, 294, che nell’ipotesi di perdita del rapporto parentale ritiene applicabili i valori all’uopo indicati nelle tabelle predi­sposte dal Tribunale di Milano; Trib. Napoli 9 gennaio 2012, Foro nap., 2013, 260, secondo cui il danno da perdita del congiunto può as­sumere, in linea generale, una duplice connotazione: una soggettiva, consistente nella sofferenza connessa alla perdita; l’altra oggettiva, le­gata agli ulteriori riflessi negativi dell’illecito sulla vita familiare e per­sonale dei danneggiati.

In argomento, v. M. Bona, Manuale per il risarcimento dei danni ai congiunti, Santarcangelo di Romagna, 2014; G. Di Vetta, Il danno da perdita di rapporto parentale e la natura esistenziale del pregiudizio: una soluzione cartesiana ai dubbi iperbolici, in Riv. it. medicina legale, 2013, 411; M. Mirrione, Il danno da perdita del rapporto parentale: legittimazione iure proprio e criteri liquidativi, in Resp. civ., 2013, 881; G. Belli, Uccisione del congiunto, danno catastrofale, danno tanatolo­gico e danno parentale: a che punto siamo?, in La responsabilità civi­le, 2012, 542; S. Balbusso, Il danno non patrimoniale da perdita del congiunto, in Nuova giur. civ., 2010, II, 403. [A. Palmieri - R. Pardo­lesi]

 

 

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Ancora un’osservazione fuori dal solco, ormai quasi un’ingrata abi­tudine. La sentenza in epigrafe sub II conta, in totale, 110 pagine datti­loscritte. Una prima metà della parte motiva, da pag. 4 a pag. 64, dedi­cata ad una ricognizione tassonomica del danno non patrimoniale, an­novera 227 richiami giurisprudenziali. In vista della frequente duplica­zione dei riferimenti (85), il numero delle sentenze evocate si riduce a 142. Poi comincia la «tirata» sul danno da morte: più o meno da pag. 65 sino a pag. 103, dove ha inizio l’alluvionale indicazione dei principî di diritto. In questa parte vengono effettuati 169 richiami, con 78 dupli­cazioni e apporto genuino, dunque, di 91 decisioni. Insomma, in tutto, 396 precedenti evocati (chi non ci creda, può solo armarsi di pazienza e

contare da par suo: potremmo anche esserci sbagliati, ma davvero di poco, posto che le sentenze son state rintracciate una ad una). È un re­cord!

Il precedente primato, per quanto consta, competeva a Cass., sez. un., 26 giugno 1996, n. 5895, Foro it., 1996, I, 3027, in materia di risarci­mento di danno da tardivo adempimento di crediti previdenziali, dove, in un numero ancora ragguardevole ma decisamente più contenuto di pagine (all’incirca una sessantina), venivano evocate 351 pronunce giu­risprudenziali afferenti all’allora dibattutissima problematica. Ci si chiedeva, diciotto anni fa, se la biblica fatica fosse davvero valsa la pe­na; e verrebbe fatto di ripetersi oggi. Certo, non è a questo tipo di fe­nomeno massificato che si rivolgevano le argomentazioni di Gino Gorla sull’interpretazione del precedente (mette conto di andare a ri­leggerle nei Quaderni del Foro italiano, sul nuovo sito della rivista: <www.foroitaliano.it>). Tuttavia non sfugge a nessuno che, nella circo­stanza, la sentenza mirava piuttosto a fare un censimento dell’esistente, in vista di un risultato che, dopo decenni di arroccata insensibilità, fa toccare con mano alla Cassazione la «sostanza» del danno da morte. E, allora, se si adotta questo punto di vista, l’impresa, più che biblica, po­trebbe apparire eroica.

Ma c’è un altro primato da sottolineare: l’indicazione dei principî cui dovrà attenersi il giudice del rinvio occupa cinque pagine! Qui, con probabile rammarico di Gorla dall’aldilà, le rationes decidendi affoga­no nell’oceano degli obiter dicta, molti dei quali assumono tono e torno didascalici, un po’ come accadeva per il celebre «decalogo» dettato da Cass. 18 ottobre 1984, n. 5259, Foro it., 1984, I, 2711, con nota di R. Pardolesi, e suscitano le stesse perplessità di allora (v., per tutti, G. Giacobbe, Prime impressioni ... tecniche su una contrastata sentenza, in Giust. civ., 1984, I, 2959). [R. Pardolesi]

 

 

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Di bianco o di nero: la «querelle» sul danno da morte.

 

I. – Il «plot». La trama di una storia, appunto il plot, è spesso frutto di fantasia (e talento). Ma, alle volte, anche di tecniche artigianali al­quanto sperimentate, veri e propri meccanismi ad orologeria. Così è, si direbbe, nel caso del danno da morte (se proprio preferite, da perdita della vita …), che rimbalza dalla Cassazione con i toni e i tempi di una sapiente sceneggiatura. Si registra, infatti, un atto di «consapevole» ri­volta nei confronti di un orientamento sedimentato nel segno della sua negazione (infra, sub II); e, subito dopo, la reazione di chi dubita del­l’opportunità di dismettere la regola sin qui ricevuta e opina, in ogni caso, che la traiettoria da seguire per sortire un tale esito dovrebbe co­munque essere diversa (infra, sub III). Definito il conflitto, in termini di braccio di ferro fra innovazione e conformismo, si salpa alla ricerca della soluzione (infra, sub IV).

 

II.1. – «Dead man walking» alla riscossa: l’avvento del danno da morte. Per comprendere la portata della svolta impressa dalla Suprema corte con la sent. 1361/14 alla tutela aquiliana della persona, può essere utile rievocare una delle pagine più oscure della storia recente italiana, il disastro aereo di Ustica, e accennare alle soluzioni (non appaganti) che si sono registrate in una parte delle controversie civili scaturite dalla tragedia consumatasi nei cieli sovrastanti il Tirreno meridionale. Il 27 giugno 1980, ottantuno persone, che si trovavano a bordo di un velivolo diretto a Palermo, sono decedute a seguito di un’improvvisa lacerazione della carlinga dell’apparecchio. Dopo oltre venti anni i congiunti delle vittime, passati attraverso non poche traversie e lungag­gini processuali, hanno iniziato a vedersi riconoscere un ristoro pecu­niario a fronte dei pregiudizi, patrimoniali e non, discendenti dal torto addebitato alle amministrazioni colpevoli di non aver fatto quanto in lo­ro potere per scongiurare l’evento, oltre che di aver frapposto ostacoli all’accertamento della verità. Sennonché, sia nei giudizi di merito (1[1]), sia in Cassazione (2[2]), c’è stato un vulnus ritenuto costantemente privo di rilievo ai fini risarcitori. E non si trattava di un dettaglio, posto che il

vulnus accantonato è il più grave tra quelli concepibili per un essere umano, vale a dire la perdita della vita. I verdetti non facevano che a­

deguarsi al trend imperante secondo cui il bene supremo era ritenuto, in ossequio a una tradizione secolare, privo di un titolare (perché conte­stualmente estintosi); e, in ragione della subitaneità del trapasso, non soccorrevano nemmeno gli espedienti utilizzati per valorizzare, a mo’ di surrogato, gli accadimenti intercorsi tra la lesione letale e la fine della vita (traiettoria che costringeva a cimentarsi in ricostruzioni, ro­cambolesche e caratterizzate da ampio margine di soggettività, sul­l’ampiezza minima da attribuire a un siffatto arco temporale per poterlo prendere in considerazione).

Orbene, con la sent. 1361/14 (3[3]), si creano i presupposti affinché una risposta del genere non venga più indirizzata agli eredi di chi è stato ucciso per l’altrui illecito. Il collegio giudicante sceglie di non rimanere all’interno del circuito autoreferenziale dei dicta del Supremo collegio, ma decide di instaurare un dialogo fecondo con la dottrina e taluni giu­dici di merito, mirante ad abbattere il muro dell’irrisarcibilità del danno da privazione della vita. Invero, anche nell’universo giuridico, come insegna la storia dei pregiudizi da lesione degli interessi legittimi, le costruzioni che ostentano una robustezza soltanto apparente sono desti­nate, prima o poi, a sgretolarsi.

 

II.2. – Un tabù infranto nel cantiere sempre aperto del danno non patrimoniale. A mo’ di (ampio) preludio a questa narrazione (con fi­nale travolgente), l’estensore propone una sorta di compendio sull’art. 2059 c.c., dando conto dello stato dell’arte in materia, alla luce di quanto è avvenuto in epoca successiva al tentativo di razionalizzazione operato dalle sezioni unite nel 2008. Prima di occuparci della novità più eclatante, rappresentata dal «lancio» del danno tanatologico, è opportu­no dare uno sguardo alle pagine dedicate all’inquadramento complessi­vo del danno non patrimoniale. Anche in questa parte della pronuncia possono cogliersi spunti interessanti, destinati a vivacizzare ulterior­mente un dibattito che è lungi dall’essere sopito.

 

II.3. – Cosa resta dell’«editto di San Martino»? L’analisi della giu­risprudenza di legittimità — specie della terza sezione civile e della se­zione lavoro — nel quinquennio successivo alle decisioni delle sezioni unite (sent. 11 novembre 2008, nn. 26972, 26973, 26974 e 26975 (4[4])) mette in luce un fronte niente affatto coeso. Abbiamo già evidenziato su queste colonne l’estrema fragilità della ricostruzione della categoria del danno non patrimoniale propugnata dal consesso più autorevole (5[5]), le cui guidelines sul punto rappresentano oggi quasi una scatola vuota, nel senso che sono prese come parametro di riferimento sia dai seguaci più ortodossi della concezione onnicomprensiva, sia dai fautori di un’articolazione pluralistica. Vero è che forse il dissidio tende a posse­dere una coloritura eminentemente nominalistica (possiamo rifiutare la suddivisione in sottocategorie variamente etichettate e dar corso alla li­quidazione unitaria, ma se poi, ai fini pratici, consideriamo una alla volta le diverse sfumature, non andiamo molto lontano da chi professa la necessità di una liquidazione autonoma delle singole voci, che mette tendenzialmente capo a una loro sommatoria), ma il disordine sistema­tico è tale da creare sconcerto. In ogni caso, è un dato di fatto che sta acquistando sempre maggiore consistenza la schiera degli «autonomi­sti», con un sostanziale superamento della sfiducia espressa a suo tem­po dalle sezioni unite nei confronti delle scomposizioni interne al con­cetto di danno non patrimoniale.

Quanto appena evidenziato non vuol dire che sia stata rapidamente dilapidata l’eredità delle pronunce di San Martino, le quali, d’altro canto in alcuni passaggi rappresentavano il coronamento del lungo per­corso intrapreso per liberarsi dell’ingombrante presenza del fatto cri­minoso. Diversi sono i punti fermi: primo fra tutti l’indispensabile an­coraggio — al di fuori di esplicite previsioni legislative — alla lesione di un diritto inviolabile della persona costituzionalmente protetto. Il che contribuisce in maniera determinante a mettere completamente fuori gioco le pretese al risarcimento di danni legati a mere sensazioni di di­sagio o irritazione, per i quali verosimilmente ben si attaglierebbe l’eti­chetta di «danni immaginari». Così come rimane sempre in auge il principio dell’integrale riparazione (6[6]), che sottintende la duplice esi­­

genza di non trascurare alcuna delle ripercussioni negative sul «valore-uomo» e, nel contempo, di non liquidare nemmeno un centesimo in più

di quanto serve a compensare tali ricadute; riprendendo le parole delle sezioni unite, «il risarcimento del danno alla persona deve essere inte­grale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre».

Nonostante l’insistenza con cui viene riproposta, la formula «inte­grale riparazione del danno» ha il sapore della declamazione, non tanto allorché — in perfetta sintonia con l’altrettanto declamatorio ostraci­smo verso qualsiasi traccia di funzione sanzionatoria della responsabi­lità civile — pone un tetto invalicabile all’entità del ristoro e mette in guardia dalle duplicazioni risarcitorie (ossia dal chiamare con nomi di­versi lo stesso pregiudizio), ma specialmente quando opera nell’altra direzione, pretendendo di dare al danneggiato tutto quanto gli spette­rebbe. Più che altro, siamo di fronte a un anelito alla completezza del risarcimento, laddove le affermazioni di principio sono sovente tradite in sede applicativa e trovano una smentita, per bocca del legislatore, nel sistema coniato per i sinistri coperti da assicurazione obbligatoria forie­ri di lesioni di lievi entità. In questo ambito, l’utilizzo dei parametri le­gali porta a risultati inferiori a quelli che si ottengono nella prassi per lesioni della medesima entità, ma provocate in contesti diversi (nei quali a fungere da stella polare, per una scelta dello ius honorarium, al­l’insegna dell’uniformità di trattamento e del canone secondo cui «il reale diventa razionale» (7[7]), sono le tabelle milanesi). Risultati così connotati, dunque, rappresentano dichiaratamente un minus rispetto al traguardo agognato. Il meccanismo settoriale di liquidazione delle c.d. micropermanenti, del resto, non è stato scalfito dai giudici di Lussem­burgo, che peraltro — stante la matrice puramente nazionale della tort law — se ne sono occupati esclusivamente sotto il profilo del diritto delle assicurazioni, giungendo alla conclusione che il metodo utilizzato non è censurabile nella misura in cui non svuota di contenuto la coper­tura assicurativa imposta dal diritto dell’Unione (8[8]). Vedremo tra qual­che mese quale sarà il responso della Consulta, cui si sono rivolti diver­si giudici di merito.

Tra gli altri punti passati in rassegna nella prima parte della sent. 1361/14 merita di essere ricordata l’enfasi posta su una concezione me­no angusta — già affiorata in un manipolo di precedenti — della voce designata come «danno morale», non più semplice alter ego del pre­tium doloris, ma eretta a baluardo della dignità umana. Il che, per un verso, consente un meno disagevole inquadramento di una serie di pre­giudizi alla sfera personale in assenza di lesioni corporali (si pensi alle violazioni della privacy (9[9]), agli atti discriminatori, alle misure che conculcano la dignità professionale (10[10]), e così via) e, per altro verso, implica una liquidazione commisurata a tale ruolo. Una simile scelta comprime, invero, lo spazio destinato a un’altra voce, ossia il danno esistenziale, che viene chiamato in causa soltanto a fronte di vite real­mente stravolte. È quello che può accadere per la scomparsa (o per la gravissima menomazione) di una persona cara, al punto che, a ben ve­dere, il danno da lesione del rapporto parentale sembra assorbito nel­l’alveo del danno esistenziale (addirittura, alcuni passaggi della moti­vazione e la formulazione di uno dei principî di diritto farebbero quasi pensare a una sovrapposizione tra i due concetti).

 

II.4. – Il «botto». Ma torniamo al profilo destinato a suscitare le re­azioni più intense: l’ingresso del danno da morte nell’area della risarci­bilità.

L’argomento su cui si fondava il radicamento pressoché centenario dell’avviso contrario è, sul piano logico, massimalista quanto granitico. Per definizione, il diritto al risarcimento potrebbe essere acquisito solo quando non c’è più il centro d’imputazione d’interessi cui afferire: in­­

somma, per volare un po’ più basso, la buon’anima è passata a miglior vita, sì che non c’è modo di compensarla (e, in ogni caso, tace e non si

lagna). Beninteso, il danno c’è, eccome!, ma non sussistono i presuppo­sti per attivare il meccanismo risarcitorio.

La fredda consequenzialità dell’argomentazione su evocata non è mai riuscita a coprire i molti rigurgiti controintuitivi che ne scandisco­no la traiettoria. È vero che, nella circostanza (tragica) di riferimento, la vocazione compensativa della responsabilità civile non può più esibire le sue molte e tradizionali debolezze, ineludibilmente destinate a rie­mergere in tutti i frangenti in cui si abbia a che fare con lesioni affe­renti alla sfera della personalità (sì che rimarrebbe soltanto la valenza punitiva, rispetto alla quale, apriti cielo!, il ripudio formale — ma, ca­ve, soltanto formale … — è intransigente). Sennonché, l’esito, quello di togliere dal giro il danno (anche se solo perché è passato a miglior vita il titolare della relativa sfera giuridica), implica effetti collaterali di paradossale inconsistenza. Per un verso, infatti, svolgendo una ricostru­zione d’insieme, non si può non constatare l’aporia di una coesa eleva­zione del quantum del danno in ragione della maggiore gravità delle le­sioni all’integrità fisica, nel che è implicita, come ovvio, una misura di deterrenza prospettica crescente nei confronti dei potenziali autori di condotte illecite; sino ad attingere la vetta della totale inabilità della vittima (cui corrisponde il massimo ristoro possibile), di là dalla quale, per l’appunto, c’è il buco nero, la fine di tutto. Che, però, affranca da responsabilità civile, perché, abbiamo visto, il de cuius non ha modo di lagnarsi. L’economista individuerebbe, nella traiettoria indicata, una «kinked curve», una curva spezzata, che attinge il suo punto apicale col massimo della lesione all’integrità fisica, ma — un attimo più in là, l’attimo fatale — crolla verticalmente (e inopinatamente) a zero, pro­prio laddove la lesione si fa più devastante. Nessuna tutela civilistica, dunque, per il diritto alla vita? La risposta, un no disarmante — che af­fida alla repressione penale ogni tentativo di contrasto, pur nella consa­pevolezza che fra lesioni e omicidio colposi le differenze di trattamento potrebbero essere molto ridotte —, ribadisce candidamente l’idea che, sulle strisce pedonali, è meglio non fare prigionieri … (11[11]). Ma non si deve dirlo, perché — ammoniva qualche tempo fa la Cassazione (12[12]) — argomentazioni come queste sono nulla più che un mero «rilievo retorico».

Per altro verso, la vanificazione del centro d’interessi, conseguente alla morte, prova troppo, perché val quanto dire che ognuno di noi è in­differente alla prospettiva di vivere o morire semplicemente perché, a decesso avvenuto, la vittima … tace, con l’approvazione di Epicuro («La morte è nulla per i vivi e per i morti» (13[13])). Piuttosto che brigare con Monsieur de la Palice alla battaglia di Pavia, per poter affermare che cinque minuti prima di morire il prode cavaliere francese era anco­ra vivo, gli si potrebbe chiedere, quando sta per gettarsi con la sua in­gombrante cavalcatura corazzata nella fitta boscaglia dove sono in ag­guato i più agili fanti olandesi, a quale somma cederebbe il proprio di­ritto di vivere con esecuzione subitanea dell’impegno, giusto per giun­gere all’ovvia conclusione che il bene della vita ha un valore, per il suo titolare, tendente all’infinito. Ciò che rende vieppiù fantasmagorico il gioco di prestigio di farlo sparire con un contorsionismo logico-categoriale e il pallido avallo della necessità di arginare un’indebita funzione punitiva (argomento implausibile, che lascia nell’ombra, nemmeno a dirlo, il premio implicito all’attività dell’autore dell’illeci­to, smarcato da esposizione all’obbligo di rimborso del pregiudizio maggiore se gli riesce di portare a compimento l’opera).

Da qui, dall’esasperazione di un passaggio formalistico che elide la posta di danno per il venir meno di chi l’ha subita, una serie di conse­guenze: da un lato, la moltiplicazione di traiettorie alternative, a caccia dell’apprezzabile lasso di tempo fra l’illecito e il decesso, ovvero della lucida agonia, con scivolamento dell’attenzione su dettagli certamente feroci, ma tutto sommato marginali rispetto al tema; per l’altro, la cre­scita esponenziale — a mo’ d’inconfessata, ma anche ipocrita, compen­sazione — del ristoro accordato a congiunti (e dintorni) della vittima per il danno morale da essi sofferto a seguito della scomparsa del loro caro. Tutte queste stratificazioni sono ormai sedimentate, è vero; com’è vero che esse rivelerebbero carattere largamente duplicativo nel mo­mento stesso in cui si riconoscesse la voce madre del danno da perdita della vita. Ma l’un argomento non basta a giustificare un pigro miso­neismo, pur imposto dalle cose; e l’altro non riesce a nascondere il ca­rattere raccogliticcio e occasionale di tutele che arrivano al punto, quando ci riescono, per vie necessariamente traverse. L’esistente ha qualcosa di ovviamente rassicurante, ma le sue brutture restano e po­­

stulano un mondo nuovo, dove, a tacer d’altro, le cose vengono chia­mate col proprio nome.

La pronuncia in epigrafe sub II rianalizza certosinamente tutto quel che giurisprudenza e letteratura hanno messo insieme sul tema. Su que­sta base, con educato understatement, osserva che l’orientamento sin qui dominante non è «del tutto corrispondente all’effettivo sentire so­ciale» (14[14]). Come dire, fuori dai denti, che va scardinato. La leva su cui si fa forza per dismettere la struttura concettuale pre-esistente utilizza una sottigliezza non meno apodittica di quella capitalizzata dall’altra. Si osserva, cioè, che la morte è la fine di tutto e non può essere catego­rizzata come gli altri pregiudizi. Essa, in una prospettiva che ragiona solo in chiave di danni-conseguenza, è l’eccezione ontologica e impre­scindibile, il vero danno-evento, tutto rinchiuso (il suo prodursi, insie­me alla nascita della pretesa e al suo aggregarsi alla sfera giuridico-patrimoniale del soggetto che muore) nell’attimo tragico della dipartita. In altre parole, la morte esprime il segno ultimo del pregiudizio, diver­so da ogni altro e, nella logica del soggetto, supremo. La sua drammati­ca irriducibilità ai parametri tassonomici usuali non può essere utiliz­zata per far scomparire il danno, tanto meno per pretendere che il si­stema della responsabilità civile lo voglia consapevolmente pretermet­tere, quasi che davvero la strage degli innocenti possa passare in ca­valleria in virtù del silenzio delle vittime. La deterrenza per condotte sub-standard continua ad essere uno degli obiettivi del sistema e riesce davvero increscioso che la sua frontiera più avanzata sia abbandonata in difetto di qualsivoglia ragione giustificativa: che sarà comunque va­no cercare nella difficoltà di organizzare la «descendability» del diritto al risarcimento, posto che la materia, se così la si può definire, si presta sotto ogni cielo a ogni sorta di manipolazione in vista del persegui­mento di obiettivi di giustizia pratica (15[15]).

Alle corte. Il danno c’è, e questo si sapeva, ma è acquisito, insieme al diritto al ristoro, nel momento in cui si compie la tragedia: senza bi­sogno di equilibrismi anatomo-patologici per determinare un qualche scarto fra l’atto illecito e le sue drammatiche conseguenze. E la funzio­ne compensatrice opererà pur sempre in pro degli eredi che hanno titolo a vedersi riversare il risarcimento.

 

II.5. – Ma, se del caso, come quantificare il danno da morte? La sentenza, che abbiamo visto trasudare una certa qual insofferenza nei confronti delle razionalizzazioni tabellari, mostra qui una non meno avvertita ostilità verso ogni tentativo — compresi i più sofisticati ap­procci in chiave di teoria del rischio equivalente o di valutazione stoca­stica della vita (16[16]) — di traguardare un riferimento men che arbitrario; meglio confidare sulla valutazione equitativa pura del giudice, che sa­prà calibrarla secondo opportunità e contingenze. Aspirazione apprez­zabile, ma poco pratica, perché il problema resta quello di ispirare la stima del giudice a un parametro di base, su cui costruire, successiva­mente e se del caso, le più provvide personalizzazioni concrete (17[17]). Insomma, da qualche parte bisogna cominciare. E occorre sporcarsi da subito le mani, per affrettare i tempi di convergenza su traiettorie ra­gionevoli, al fine di evitare che, si fa per dire, il danno da morte a Eboli sia odiosamente diverso da quello di Abbiategrasso. Questa storia, in altra salsa, è sin troppo nota perché se ne possa accettare un remake con ancora maggiori sconquassi.

 

III. – Una partita ancora aperta. Prima ancora che il clamore della sfida lanciata dalla sentenza scemasse ha cominciato a serpeggiare il

monito di non scomporsi troppo. Perché lo strappo c’è stato, si sussur­rava, epperò la partita non è chiusa. E mentre già salivano le geremiadi delle compagnie assicurative, s’ipotizzava una rapida rimessione del contrasto alle sezioni unite.

Detto fatto. Un paio di settimane dopo il deposito della sentenza ri­voluzionaria, la terza sezione della Cassazione, in formazione diversa ma con lo stesso presidente, prende atto del «consapevole contrasto» innescato dal precedente ancora fresco d’inchiostro e ne contra l’im­patto dirompente (la decisione è presa il 5 febbraio, il deposito del provvedimento segue a distanza di un mese).

L’ordinanza è asciutta, come si conviene. Ricorda l’antico lignaggio (novant’anni di servizio) dell’orientamento giurisprudenziale contrario a riconoscere il risarcimento del danno per via ereditaria in caso di morte immediata. Osserva come, a suo tempo, la Corte costituzionale abbia ravvisato, al riguardo, un «limite strutturale della responsabilità civile», incapace di riferirsi alla lesione perché necessariamente foca­lizzata sulle sue conseguenze. Sottolinea come la giurisprudenza più recente abbia aperto spiragli alternativi (danno morale terminale, danno catastrofale). E constata che la sentenza 1361/14 è uscita dal solco, po­nendosi su una traiettoria concettuale totalmente diversa. Di qui la ri­messione degli atti al primo presidente perché la questione sia sottopo­sta al vaglio delle sezioni unite.

Più che nell’argomentazione, improntata ad un distacco quasi ogget­tivo, l’ombra del dubbio sulla praticabilità della nuova traiettoria sem­bra trasparire nella tempestività della reazione. Ma ancora più evidente è l’implicito caveat procedimentale. Ammesso che si debba davvero fa­re l’overruling di un orientamento secolare, o quasi, la sede per una sif­fatta iniziativa è rappresentata dall’istanza apicale per eccellenza, dalle sezioni unite. Dove infatti — secondo l’auspicio dell’ordinanza in epi­grafe —, si andrà a decidere, di là dai sussulti della sezione semplice, sulle sorti del danno tanatologico.

 

IV. – L’ultimo atto (e la sfera di cristallo). Alle sezioni unite, dun­que. Nel convincimento, da qualcuno coltivato con determinazione, ch’esse possano portare indietro le lancette dell’orologio della storia, per riaffidarsi al consolante silenzio del «caro estinto». Ma qui c’è da credere, anche se non si dispone della proverbiale sfera di cristallo, che si annidi un equivoco. Perché l’unica cosa che le sezioni unite non po­tranno fare, dopo la denuncia della nudità del re (ch’era sotto gli occhi di tutti, ma non la si voleva vedere …), è negare il pregiudizio — cosa che non si faceva neppure per l’innanzi — nel presupposto che non rientri nel perimetro del danno risarcibile, quasi che la risposta giuridi­ca sul punto fosse dettata da regole scientifiche immutabili e non si conformasse invece, come tutto il diritto (della responsabilità civile), a pressanti esigenze di teoria dell’argomentazione (detto altrimenti: inge­gneria sociale), che conducono, in altri ordinamenti, ad un pacifico ri­storo del danno da morte. E sarà altresì ineludibilmente preclusa l’op­zione di sterilizzarlo col virtuosismo logico di elidere il risarcimento quando venga meno la soggettività di riferimento, perché non c’è più modo di approdare ad un riequilibrio compensativo di sapore aristoteli­co (traiettoria che riaprirebbe, da altro punto di vista, l’antica polemica sul sistema della responsabilità civile come «lotteria forense», che pre­mia o punisce secondo criteri affatto dissociati dal senso comune); ov­vero di esorcizzarlo con l’evocazione dell’approfittamento da parte di legali senza scrupoli e parenti interessati (che dire, allora, dell’autore dell’illecito che, quando tronca la vita di colpo, risponde solo se la vit­tima annovera familiari che possano piangerlo?); oppure di respingerlo in ragione degli sconvolgimenti che potrebbero derivare per i delicati equilibri del sistema. A quest’ultimo riguardo, varrà la pena di ricorda­re che, come insegna l’analisi (economica) del diritto delle assicurazio­ni (18[18]), il riassetto che consegue al mutamento giuridico è contrappun­tato da disallineamenti e sub-ottimalità: ma attiva la tendenza a riassor­bire gli scompensi momentanei attraverso i vasi comunicanti della plu­ralità di voci di danno in gioco. Piuttosto che rimettere in pista una bruttura che grida vendetta al cielo (nel senso letterale dell’espressio­ne!), vale forse la pena di secondare il processo di adeguamento al nuo­vo equilibrio.

Costruire i lineamenti del danno da morte e riequilibrare il quadro complessivo in funzione del riconoscimento di questa nuova posta da danno: ecco la sfida su cui auspichiamo di doverci misurare a valle del responso delle sezioni unite.

 

Alessandro Palmieri – Roberto Pardolesi

 

* * *

 Il danno per la perdita della vita: «die hard» 2.0.

 

1. – Che qualcosa stesse accadendo nelle aule di piazza Cavour, lo si avvertiva da tempo, nonostante la tetragona resistenza di Cass. 6754/11 (Foro it., 2011, I, 1035, e Corriere giur., 2011, 1091, annotata da Pon­zanelli) di netta chiusura ad ogni proposito di adeguamento del sistema risarcitorio rispetto al tema della perdita della vita. Un primo segnale, ma contenuto in lungo obiter dictum sistematico, era stato espresso da Cass. 15760/06 (Foro it., Rep. 2006, voce Danni civili, n. 252, e, per esteso, Corriere giur., 2006, 1375, annotata da Ponzanelli; Resp. e ri­sarcimento, 2006, fasc. 8, 34, con nota di Rodolfi).

Ma si sa, la forza del precedente poggia sulle rationes decidendi e per tempo il problema è rimasto silente. Cass. 19 ottobre 2007, n. 21976 (Foro it., Rep. 2007, voce cit., 258), pur dando conto della di­scriminazione risarcitoria sulla base di un dato meramente casuale, os­sia che la morte sia conseguita all’illecito in via immediata, oppure a distanza di un tempo anche breve, non aveva ritenuto di doversi disco­stare da una giurisprudenza pietrificata, ma aveva avuto modo di preci­sare che «una diversa soluzione imporrebbe di rivedere l’intera materia del danno per morte … non potendosi certo sommare il c.d. danno biologico tanatologico (ove fosse ritenuto risarcibile), con i danni ter­minali … conseguenti a periodi anche brevi di sopravvivenza: danni la cui liquidazione è palesemente attribuita in considerazione della rite­nuta impraticabilità dell’altra e più radicale soluzione».

Nel portare la questione, tra le numerose altre in materia di danno non patrimoniale, al cospetto delle sezioni unite, Cass., ord. 25 febbraio 2008, n. 4712 (id., 2008, I, 1447, annotata da Palmieri, e Corriere giur., 2008, 621, con nota di Franzoni; Danno e resp., 2008, 553, con note di Ponzanelli e Bona) si era interrogata sulla sorte del danno da morte, il cui riconoscimento (meglio, l’invocazione) era per l’appunto avallato da Cass. 15760/06 (cit.) e da una sparuta, quanto agguerrita, giurisprudenza di merito, tutta puntualmente oggi citata dalla sentenza in epigrafe. Le sentenze di San Martino del 2008, tuttavia, in assenza di un reale contrasto tra le sezioni semplici, non avevano potuto che pren­dere atto del diritto vivente e della necessità di sopravvivenza per un congruo periodo di tempo acché sia risarcito il danno biologico termi­nale a titolo ereditario, salvo precisare che, così definitivamente inqua­drando nel nuovo statuto del danno non patrimoniale anche il danno catastrofale, in caso di morte (anche) a breve tempo dalle lesioni si ri­sarcisce il pregiudizio morale della vittima non in stato di incoscienza. In questi casi, la sofferenza psichica non si traduce in un danno biolo­gico/psichico, perché il soggetto muore, ma si risarcisce il solo pregiu­dizio morale correlabile a quella sofferenza di massima intensità. In una curvatura strettamente biologica, non v’era dubbio che, in quanto diretto a «compensare» la perdita della validità psicofisica unitamente alla compromissione di attività areddituali, in caso di morte non v’era alcuno spazio per risarcire il danno alla salute, la cui fruizione presup­pone, come direbbe monsieur de La Palice, la vita.

La maggiore attenzione prestata alla vittima primaria si è tradotta nell’espresso riconoscimento, anche a livello terminologico, del danno tanatologico pur nella dimensione del pregiudizio morale sofferto nel volgere di una mezz’ora tra l’evento ed il decesso (Cass. 8 aprile 2010, n. 8360 (est. Lanzillo), Foro it., Rep. 2010, voce cit., n. 361, e, per esteso, Danno e resp., 2010, 1011, annotata da Medici; 7 giugno 2010, n. 13672 (est. Nobile), Foro it., Rep. 2010, voce cit., n. 283, e, per este­so, Danno e resp., 2011, 29, annotata da Foffa; ibid., 256, con nota di Medici, e Dir. famiglia, 2011, 1165, con nota di Cocuccio; 13 gennaio 2009, n. 458 (est. Travaglino), Foro it., Rep. 2009, voce cit., n. 315), ma Cass. 21 marzo 2013, n. 7126 (est. Barreca) (id., Mass., 223, e, per esteso, Arch. circolaz., 2013, 603), ha rimarcato la distinzione tra il danno catastrofale legato alla percezione della perdita della vita ed il danno tanatologico propriamente connesso alla perdita della vita.

 

2. – Dopo la lunga stagione che aveva portato il sistema della respon­sabilità civile ad affrancarsi dalla tipicità del danno ingiusto e ad allar­gare gli orizzonti del danno non patrimoniale, pur nel quadro di una ferma tassanomia aperta all’inclusione di sempre nuovi diritti fonda­mentali della persona di rango costituzionale, la «dottrina delle corti» (sul punto, si rinvia a La giurisprudenza fra autorità e autorevolezza: la dottrina delle corti: A) Berruti, La dottrina delle corti; B) Barone, «Dottrina» delle corti e funzione nomofilattica; C) Pardolesi-Granieri, Dottrina delle corti e disimpegno dei giuristi; D) Scoditti, Il diritto fra fonte e interpretazione, in Foro it., 2013, V, 181 ss.) si era arrestata sulla soglia dell’ir­risarcibilità del danno in capo al soggetto che muore. Le ragioni giuridiche e, soprattutto, di policy erano state fermamente ribadite da Cass. 6754/11 (cit.).

Sennonché, come già detto, qualcosa stava cambiando nella perce­zione del problema in seno alla Cassazione. Non si ha motivo di dubita­re che, di là dalla spinta innovativa di una parte della giurisprudenza di merito, le vibranti considerazioni volte a vincere le resistenze al cam­biamento, a liberarsi dall’idea del carattere ontologico delle categorie (risarcitorie), cercando di adeguare la teoria al fatto e non viceversa [Lipari, Danno tanatologico e categorie giuridiche, in Riv. critica dir. privato, 2012, 523 ss. (ora anche in Le categorie del diritto civile, Mi­lano, 2013, 212): articolo, quest’ultimo, frutto di un fecondo seminario organizzato

nell’ottobre 2012 in Cassazione sul tema, il cui puntualis­simo resoconto

si legge in <http://www.cortedicassazione.it/Documenti/Report%20dott.
%20Rossetti%2017_10_12.pdf>], hanno permesso alla Cassazione di gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Il senso del giro di boa è rappresentato icasticamente da un passaggio contenuto nella lunga e complessa motivazione, la cui portata è per molti versi sorprendente come si dirà più avanti: «orbene, il risultato ermeneutico raggiunto dal prevalente orientamento giurisprudenziale appare non del tutto corrispondente all’effettivo sentire sociale nell’at­tuale momento storico» (pag. 80 del dattiloscritto). A partire da questo punto la sentenza dilaga e, al contrario della paventata «dottrina delle corti», dialoga apertamente con la giurisprudenza di merito, ma so­prattutto con quella parte della dottrina, favorevole all’inclusione della morte nell’alveo della responsabilità civile, muovendo dal rilievo fon­damentale secondo cui «[l]e categorie dogmatiche create e poste dagli interpreti a base dell’argomentare non possono divenire delle gabbie argomentative di cui risulti impossibile liberarsi anche quando condu­cono ad un risultato interpretativo non rispondente o addirittura in con­trasto con il prevalente sentire sociale, in un determinato momento sto­rico» (pag. 88 del dattiloscritto).

La strategia d’attacco parte dall’ovvia, quanto negletta, considera­zione della necessità di ovviare alla distorsione, sul piano del sistema, di un esito risarcitorio inversamente proporzionale alla sua gravità, ma poi si fa carico di riportare la relazione fra fatto e diritto nella debita dimensione logica e non più sul piano temporale (pag. 87 del dattilo­scritto). In altri termini, come da tempo notato da una tradizione di pen­siero non scritta e da una dottrina autorevole: «I diritti non sono azioni umane, o beni, o frutti, o topi che vivono nel tempo, ma in uno spazio logico. Cioè tra fatto e diritto esiste una relazione logica (istituita dal­l’ordinamento), ma non una relazione temporale … se la morte è una lesione della salute, l’evento morte provoca (in senso logico-giuridico) una lesione della salute la quale provoca (in senso logico-giuridico) il sorgere di una pretesa risarcitoria. Non è che la morte (un fatto) coinci­de in senso temporale con la scomparsa della soggettività giuridica, sibbene la morte (un fatto) provoca (in senso logico-giuridico) anche la scomparsa della soggettività di quel soggetto. Perciò la morte provoca (in senso logico-giuridico) sia il sorgere della pretesa risarcitoria che la scomparsa di quel soggetto come soggetto giuridico, e quindi provoca (in senso logico-giuridico) il trapasso della pretesa risarcitoria agli ere­di» (Monateri, La responsabilità civile, in Trattato di diritto civile di­retto da Sacco, Torino, 1998, 508 s.).

 

3. – Secondo una tradizione volta a trasformare il diritto e, non quin­di, a crearlo da zero, la Cassazione si confronta con la «doctrine» del danno-conseguenza, posto dalle sentenze di San Martino quale assioma o postulato dell’argomentare, ossia che è risarcibile non il danno-evento, ma solo la conseguenza/perdita, oggetto di allegazione e prova, sia pur di tipo presuntivo. Da questo postulato la sentenza in epigrafe decide di non potersi staccare per ragioni temporali (troppo recente la sua elaborazione) e di prevedibilità della decisione, a sua volta alla ba­se dei principî di uguaglianza e del giusto processo, ma, nondimeno, si ritiene di poter ammettere la tutela risarcitoria alla stregua della «logica interna», giungendo a ritenere nel risarcimento del danno da perdita della vita un’eccezione alla regola del danno-conseguenza: «la morte ha infatti per conseguenza la perdita non già solo di qualcosa bensì di tutto. Non solo di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo, la vita, che tutto il resto racchiude. Non già di qualche effetto o conseguenza, bensì di tutti gli effetti e conseguenze» (pag. 90 del dattiloscritto). Più avanti, quasi a preconizzare la reazione a tale ultima affermazione, si legge ancora: «Come correttamente osservato in dottrina, la perdita della vita va in realtà propriamente valutata ex ante e non già ex post ri­spetto all’evento che lo determina». Da questo punto in poi, muovendo dal rilievo che questo tipo di valutazione, una volta fatta, si può gene­ralizzare ed estendere ad ogni diritto della personalità (per un’applica­zione al campo del consenso medico, v. Simone, Le domande aventi ad oggetto il danno esistenziale: «uno sguardo dal ponte», in Il risarci­mento integrale del danno senza il danno esistenziale a cura di Ponza­nelli, Padova, 2007, 132 ss.), la corte cerca di tenere fermo il muro di contenimento al danno in re ipsa, pena lo stravolgimento della funzione compensativa della responsabilità civile. È evidente la necessità di por­re un limite rispetto al profluvio di pretese risarcitorie bagatellari, da disappunto e non in grado di resistere al doppio filtro (largo) della se­rietà (della lesione) e della gravità (del danno), che costituisce l’altro postulato delle sentenze del 2008 [Pardolesi-Simone, Danno esisten­ziale (e sistema fragile): die hard (nota a Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26973), in Foro it., 2009, I, 128].

 

4. – Sta di fatto che è proprio questa la linea Maginot della responsa­bilità civile, ossia l’assioma secondo cui il danno sia sempre uguale sotto ogni cielo e che di questo si possa parlare solo al cospetto di una perdita traducibile in una comprovabile alterazione di poste contabili del patrimonio della vittima. Abituati a ragionare secondo la logica bi­polare patrimoniale/non patrimoniale, tendiamo ad impiegare lo stesso paradigma risarcitorio, senza considerare (anche se si tratta non di un dogma, ma di uno dei possibili criteri interpretativi da usare in assenza di meglio) che di funzione compensativa ha senso parlare rispetto ai beni fungibili, che trovano nel mercato un perfetto surrogato. C’è sem­pre la possibilità di rimettere il creditore nella stessa posizione in cui si sarebbe trovato se

l’evento non si fosse verificato. Rispetto ai beni in­fungibili, per i quali

non esiste un mercato e non vi sono surrogati, non è possibile rendere indifferente la vittima rispetto alla lesione del suo bene, ma può valere solo la funzione di deterrenza della responsabilità civile. Mediante la minaccia del risarcimento del danno non patrimo­niale e, quindi, anche mediante l’apparente «arricchimento» degli eredi della vittima (nel caso di morte), si crea un sistema di incentivi volto a prevenire gli incidenti.

Quello che appare anacronistico, oltre al misconoscimento del danno da perdita della vita, è proprio il voler considerare della responsabilità civile solo un aspetto, ossia la funzione compensativa nella dimensione unica del criterio dell’indifferenza, cosa che probabilmente è alla base della crescita esponenziale del contenzioso, perché si è trascurata la componente deterrente nel timore di aprire la strada ai danni punitivi, ma al tempo stesso del ricorso all’equità pura nei casi non ricadenti sotto l’ombrello protettivo delle tabelle (v., in tema di lesione della pri­vacy di un noto calciatore, Trib. Milano 3 settembre 2012, id., 2012, I, 3199, e Resp. civ., 2013, 214, annotata da Peron; Danno e resp., 2013, 309 (m), con nota di Garibotti; Riv. it. medicina legale, 2013, 1067, annotata da Serani; Riv. dir. sport., 2013, 157, annotata da Simone).

Per altri versi, e questo per qualcuno potrebbe essere fonte di ango­scia, la sentenza si segnala per la netta apertura verso l’analisi econo­mica del diritto, da sempre guardata con sospetto per una asserita voca­zione allo stravolgimento della tavola dei valori in nome dell’efficienza economica. Nel passaggio dedicato alla tecnica liquidatoria del danno alla perdita della vita, richiamando l’idea dell’uniformità pecuniaria di base unitamente ad una liquidazione flessibilizzata (è evidente l’eco di Corte cost. 14 luglio 1986, n. 184, Foro it., 1986, I, 2053, annotata da Ponzanelli, e ibid., 2976 (m), con nota di Monateri), c’è un espresso richiamo al criterio del «rischio equivalente» insieme alla disponibilità a pagare «per ridurre il rischio morte di un soggetto, di identità non nota», con cui da tempo da parte della dottrina incline a coniugare al­gebra e pandette si è prospettato di poter calibrare la valutazione ex ante di un bene infungibile qual è la vita (Cooter-Mattei-Monateri-Pardolesi-Ulen, Il mercato delle regole. II. Applicazioni, Bologna, 2006, 192 ss). Il modello è replicabile per ogni bene per il quale sia ri­scontrabile nella collettività la willingness to pay, sempre che ci si con­fronti con le variabili del rischio di base, della riduzione del rischio, della ricchezza e del reddito, delle preferenze rivelate o di quelle di­chiarate [questo il senso del passaggio che si legge a pag. 104 del dat­tiloscritto: «non appare a tal fine invero idonea una soluzione di carat­tere meramente soggettivo, né la determinazione di un ammontare uguale per tutti, a prescindere dalla relativa personalizzazione (in con­siderazione ad esempio dell’età, delle condizioni di salute, delle spe­ranze di vita futura, dell’attività svolta, delle condizioni personali e fa­miliari della vittima)»], così da arrivare a quello che con espressione gergale è definito il valore di una vita statistica (cfr. Sunstein, Il diritto della paura, Il Mulino, Bologna, 2010, 177 ss.).

Si badi, questo approccio flessibile non potrà servire a riesumare l’o­rientamento che ha portato a liquidare in modo più leggero il danno non patrimoniale dell’extracomunitario. Dal punto di vista della deterrenza, infatti, non è possibile stabilire ex ante quale sarà la nazionalità del malcapitato, ma si cercherà di raggiungere il limite più basso possibile, perché socialmente desiderabile, di vittime della strada. In altri e più di­retti termini, «[q]uando la teoria fa fatica a spiegare la complessità del mondo, mi chiedo non se quella complessità sia rilevante e razionale al cospetto della teoria, quanto piuttosto se la teoria sia abbastanza orga­nica ed estesa fino ad essere capace di includere anche quel determinato fenomeno. Posso allora scoprire che la teoria abbia bisogno di ampliarsi o che altre discipline debbano subentrare per arricchire la sua portata al fine di comprendere e spiegare certi comportamenti, fatti e fenomeni» (Calabresi, Il mestiere di giudice. Il pensiero di un accademico ameri­cano, Bologna, 2013, 104). È facile immaginare la levata di scudi da parte degli oppositori di ogni fronte contro la logica da Shylock sottesa a questo modello liquidatorio, ma alle obiezioni si può agevolmente re­plicare che il valore di una vita statistica è meglio di niente.

Ovviamente, l’approdo ad un metodo liquidatorio basato sulla wil­lingness to pay, opposto al criterio del «capitale umano» (il valore at­tuale dei redditi futuri della vittima, al netto della tassazione e dei con­sumi, largamente praticato per compensare la perdita economica dei sopravvissuti), dischiude nuovi significativi orizzonti e potrebbe porre non pochi problemi di sostenibilità finanziaria per le compagnie assicu­rative (è questo il grido di allarme lanciato all’indomani della sentenza da Martini, La volontà di realizzare una rivoluzione copernicana si scontra con la mancanza di solide basi giuridiche, in Guida al dir., 2014, fasc. 7, 30). È evidente che non esiste un pasto gratis, ma fermi restando gli attuali, non indifferenti, limiti dei massimali previsti dal­l’art. 128 cod. assicurazioni, mette conto verificare se questo nuovo percorso, come già accadde con il danno biologico in grado di riassor­bire tutti i segmenti della lesione psico-fisica, non si candidi a raziona­lizzare il sistema dei rimedi indiretti rappresentati dalla gemmazione di poste di danno elaborate pretoriamente a fronte della irrisarcibilità del bene vita. Molto c’è ancora da fare, ma il passo fondamentale è stato compiuto, così da rendere non più attuale il motto «è più conveniente uccidere che ferire».

 

Roberto Simone

 

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 Il bene della vita e la struttura della responsabilità civile.

 

I. – In un testo, quello della sentenza in epigrafe, che si distingue per la meticolosità dei richiami alla dottrina e ai precedenti giurispruden­ziali, per l’uso di toni equilibrati, per la prefigurazione dei contraccolpi e delle ricadute sistemiche discendenti dai principî propugnati, c’è un passaggio che spicca perché fuori registro: «[n]egare alla vittima il ri­storo per la perdita della propria vita significa determinare una situa­zione effettuale che in realtà rimorde alla coscienza sociale [...]». Que­ste parole scolpiscono una rivendicazione etica prima che giuridica.

Il senso primo e ultimo di una pronuncia «saggiamente rivoluziona­ria» è tutto in questa frase appassionata, che fa giustizia di un ventennio durante il quale la Corte di cassazione ha difeso strenuamente e, pur con evidenti contraddizioni, la negazione del risarcimento (e della sua trasmissibilità per via ereditaria) del più grave dei danni alla persona, quello per la distruzione della vita.

La voce del «comune sentire sociale dell’attuale momento storico» si era in realtà levata da tempo, da quando l’invenzione del danno biolo­gico aveva scosso alle fondamenta il danno alla persona e innovato in senso migliorativo la responsabilità civile. Ma quella voce aveva tro­vato ascolto solo in una parte della dottrina e della giurisprudenza di merito.

Le ragioni della chiusura della giurisprudenza di legittimità sono ri­conducibili ad argomenti di politica del diritto (spesso sottintesi) e teo­rici, cioè attinenti a quello che viene (forse ottimisticamente) denomi­nato «sistema della responsabilità civile».

Sugli argomenti di politica del diritto che alludono in buona sostanza al rischio che la posta risarcitoria cresca esponenzialmente fino ad esplodere, provocando onde d’urto in grado di investire l’architettura assicurativa sulla quale poggia l’illecito civile non mi soffermo (e rin­vio alle confutazioni espresse su queste stesse colonne da Pardolesi e Palmieri, ai quali rimando altresì per la mappa della dottrina e giuris­­prudenza di riferimento). Vorrei invece spendere qualche parola sul nu­cleo argomentativo attorno al quale ruota la teoria dell’irrisarcibilità del danno da uccisione, provando ad evidenziarne, una volta di più, l’origi­ne e la debolezza. Si tratta di ripercorrere alcuni passaggi fondamentali di ragionamenti ben noti. Per poi commentare brevemente la soluzione scelta dalla Cassazione (da una sua articolazione, che — è facile imma­ginare — incontrerà non poche resistenze, sino a innescare il pronun­ciamento delle sezioni unite) a sostegno del riconoscimento della risar­cibilità del danno da uccisione.

 

II. – L’orientamento fino a oggi dominante della Cassazione si deli­nea a valle della nota e discussa sentenza della Corte costituzionale 372/94 (Foro it., 1994, I, 3297), stesa dall’autorevole penna di Luigi Mengoni.

In quella sentenza la questione veniva risolta in base al seguente ra­gionamento. «[V]ita e salute sono beni giuridici diversi, oggetto di di­ritti distinti, sicché la lesione dell’integrità fisica con esito letale non può considerarsi una semplice sottoipotesi di lesione alla salute in sen­so proprio, la quale implica la permanenza in vita del leso con meno­mazioni invalidanti [...]». La giurisprudenza contraria alle pretese ri­sarcitorie iure hereditario è «fondata sull’argomento, risalente a una non recente sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione (n. 3475 del 1925, id., 1926, I, 328), secondo cui un diritto di risarcimento può sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verifi­catisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sor­ge in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si ri­fletta in una perdita a carico della persona offesa, ormai non più in vita. [...] L’ostacolo a riconoscere ai congiunti un diritto di risarcimento in qualità di eredi [...] proviene dunque [...] da un limite strutturale della responsabilità civile: limite afferente sia all’oggetto del risarcimento, che non può consistere se non in una perdita cagionata dalla lesione di una situazione giuridica soggettiva, sia alla liquidazione del danno, che non può riferirsi se non a perdite [...]».

Di questo argomentare colpisce il riferimento a una sentenza di set­tanta anni precedente. La rivoluzione copernicana del danno alla salute ridisegna il sistema della responsabilità civile, ma lascerebbe intatte le soluzioni degli anni venti del «secolo breve» per ciò che concerne il danno da uccisione, perché vita e salute sono beni giuridici differenti. Rispetto al danno da perdita della vita opererebbe il limite strutturale della responsabilità civile ora ricordato. Ad altra branca dell’ordina­mento (il diritto penale) spetterebbe il presidio del bene della vita.

Al netto delle discettazioni filosofiche o scientifiche attorno al confi­ne tra vita e morte, quel che la Cassazione, nello sposare la visione della Consulta, ha aggiunto è l’enfasi sulla forza centripeta della fun­zione compensativa del risarcimento del danno non patrimoniale, fun­zione solitamente condita dalla declamazione — che nel rigetto del danno da uccisione suona decisamente fine a sé stessa — del principio dell’integrale riparazione. Invero, già le parole di Mengoni lasciavano intendere che il risarcimento del danno non patrimoniale non può che avere l’unica funzione di riparare a una perdita. Come corollario si so­no poi addotti argomenti che si possono sintetizzare nell’assunto che la vita è un bene incommensurabile il cui risarcimento, quand’anche fosse

possibile in linea teorica con riferimento agli altri presupposti, risulte­­

rebbe insuscettibile di quantificazione. Ma il cuore del ragionamento rimane il brano di Corte cost. 372/94 appena citato. Un brano che con­densa principî passati indenni attraverso vari rimaneggiamenti del si­stema, compresi quelli della terza sezione del 2003 e delle sezioni unite del 2008.

 

III. – Le principali argomentazioni addotte contro l’orientamento fino a oggi dominante sono le seguenti.

 a) È assurdo e contraddittorio riconoscere il danno alla salute e ne­gare il più grave danno da distruzione della vita.

 b) La relazione tra fatto (morte) e diritto al risarcimento del danno è una relazione logica e non temporale. È il diritto (l’ordinamento) e non la natura a stabilire i termini della relazione.

 c) Se anche si volesse assumere la categoria del tempo per analizzare la relazione tra lesione e danno, occorrerebbe ricavarne che la distru­zione della vita è, se contemplata da una prospettiva ex ante, un danno immanente — o, secondo diversi inquadramenti, un danno-evento o an­cora una perdita di chance — e non un danno futuro. Rovesciare la pro­spettiva guardando ex post alla morte distorce il ragionamento e rende fallaci le sue conseguenze.

 d) L’uccisione di una persona è una condotta plurioffensiva in quanto danneggia non solo i prossimi congiunti (il cui risarcimento è il riflesso moderno di una regola arcaica basata sulla vendetta del nucleo familiare), ma, in primo luogo e nel modo più grave, la stessa persona uccisa, oltre a rappresentare un costo elevatissimo per la società nel suo complesso. Guardare esclusivamente alle pretese iure proprio dei pros­simi congiunti significa lasciare senza tutela la persona defunta e la so­cietà.

 e) La responsabilità civile ha funzione non solo compensativa, ma anche sanzionatoria e deterrente.

 f) La vita è un bene non più incommensurabile di altri beni per i quali si ammette normalmente il risarcimento; e, d’altra parte, nell’a­nalisi economica si fa uso di parametri per la quantificazione del valore della vita.

A questo ventaglio di argomenti si è aggiunta una recente e raffinata rilettura del problema (v. Lipari, Danno tanatologico e categorie giuri­diche, in Riv. critica dir. privato, 2012, 523). Secondo questa ricostru­zione, si tratta di spostare la prospettiva dalla dimensione soggettiva (il diritto alla vita) a quella oggettiva (il bene della vita). «C’è da chiedersi allora [...] se non possa, almeno in linea di ipotesi, ammettersi che la vita, riconducibile alla sfera dei diritti e alla loro relativa tutela finché appartiene al suo titolare, debba essere intesa nell’ottica dei beni nel momento in cui viene distrutta, risultando quindi non più riconducibile ad un titolare, ma non per questo, nella sua oggettività, immeritevole di tutela nell’interesse della collettività».

 

IV. – La sentenza in epigrafe, pur citando come suggestiva la tesi da ultimo riportata, preferisce non smentire direttamente quanto affermato dalle sezioni unite nel 2008 e inquadrare la risarcibilità del danno da morte nella rediviva categoria del danno-evento quale eccezione al pa­radigma del 2008 incentrato sul danno-conseguenza. «[...] Il ristoro del danno da perdita della vita costituisce in realtà ontologica ed impre­scindibile eccezione al principio della risarcibilità dei soli danni-conseguenza. La morte ha infatti per conseguenza … la perdita non già solo di qualcosa bensì di tutto. [...] Non si tratta quindi di verificare quali conseguenze conseguano al danno evento, al fine di stabilire quali siano risarcibili e quali no. Nel più sta il meno. [...] Come corretta­mente osservato in dottrina, la perdita della vita va in realtà propria­mente valutata ex ante e non già ex post rispetto all’evento che la de­termina. È allora proprio l’eccezione che vale a confermare la regola, evitando che la stessa risulti fallace in quanto insuscettibile di generale applicazione, sì da legittimarne la revoca in dubbio». La funzione com­pensativa del risarcimento risulta «pienamente assolta dall’obiettiva circostanza che il credito alla vittima spettante per la perdita della pro­pria vita a causa dell’altrui illecito accresce senz’altro il suo patrimonio ereditario». Il risarcimento del danno da perdita della vita va valutato equitativamente. «Deve ritenersi allora ammissibile qualsiasi modalità che consenta di addivenire ad una valutazione ‘equa’».

 

V. – A rileggere le parole della Cassazione si ha quasi l’impressione che il giudice estensore avrebbe voluto andare oltre, sposando la tesi che egli stesso definisce suggestiva. Ma si preferisce una soluzione-ponte, quasi a voler dare il tempo di metabolizzare, di comprendere fi­no in fondo. Una sorta di passaggio intermedio che prelude a una svolta più radicale.

Se questa sia una fondata speculazione poco importa. Conta piuttosto guardarsi indietro e riavvolgere il nastro fino a vent’anni fa. Si ha la conferma, qualora ce ne fosse bisogno, del fatto che la struttura della responsabilità civile sia creta nelle mani dell’interprete, che la triango­lazione tra art. 2043, 2059 c.c. e Costituzione renda possibile qualsiasi soluzione.

Si pone fine a un’anomalia, a una contraddizione stridente. Si porta alle naturali conseguenze l’invenzione del danno biologico.

È forse possibile salutare con soddisfazione questo risultato giuris­­prudenziale. Soprattutto chi si era battuto a favore della risarcibilità

della distruzione della vita potrebbe ritenersi soddisfatto nel vedere af­fermate le proprie tesi. Ma si può anche amaramente constatare che i tempi erano maturi già vent’anni fa. E che la società e le vittime di uc­cisione hanno pagato un prezzo ingiusto e troppo alto sull’altare della struttura della responsabilità civile.

Quale che sia l’atteggiamento dell’interprete, oggi possiamo dire che c’è stato un overruling. Ebbene sì, di una sentenza del 1925.

 

Roberto Caso

 

 

* * *

Danno da morte, responsabilità civile e ingegneria sociale.

 

I. – Con regolare cadenza, alla fine di ogni terzo lustro, la massima espressione del potere giudiziario interviene con l’intento di propiziare un ampliamento della tutela aquiliana, quasi a voler ricordare come in quest’ambito il judge-made law trovi accoglienza anche nel diritto ita­liano. Nel 1971 una rivoluzione nel costume giudiziario portò le sezioni unite a sancire, con il caso Meroni, la risarcibilità ex lege aquilia del di­ritto di credito; il 1986 segnò la nuova categoria del danno biologico; il 1999 il definitivo ampliamento della nozione di danno ingiusto anche agli interessi legittimi. All’alba del 2014 il compito d’innovare viene svolto dalla terza sezione della Corte di cassazione, con una pronuncia che riconosce il danno tanatologico (o perdita della vita) quale catego­ria autonoma di danno speciale, eventualmente aggiuntiva rispetto alle già consolidate figure del danno morale, di quello esistenziale e di quello biologico.

Il peso di questa nuova rivoluzione concettuale si avverte nelle oltre cento pagine in cui si sviluppa l’iter motivazionale, che si segnala non solo per la portata contenutistica, la sapiente ricostruzione del dibattito e la forza argomentativa, ma anche per la tecnica redazionale caratte­rizzata da un costante dialogo con quella dottrina già da anni scesa in campo per combattere l’illogicità di un sistema risarcitorio che concede il ristoro a qualsiasi danno alla persona, purché non sia tanto grave da provocare la soppressione del bene vita: ben sintetizzato con la provo­catoria affermazione secondo cui «uccidere conviene più che ferire».

 

II. – La pronuncia si scontra con la tesi, radicata nelle aule di legitti­mità, alla cui stregua il risarcimento della lesione del bene vita sarebbe incompatibile con i limiti strutturali della responsabilità civile ex art. 2043 c.c. in quanto non qualificabile come danno-conseguenza (il solo ritenuto risarcibile): in caso di morte immediata, non si determinata una perdita a carico della persona offesa, non più in vita; né l’evento mor­tale sarebbe suscettibile in astratto di risarcimento in forma specifica o per equivalente, con la conseguenza che nulla si trasmette ai congiunti perché nulla entra nel patrimonio della vittima primaria.

Nel senso opposto di affermare la configurabilità del danno tanatolo­gico, si era pronunciato (pressoché esclusivamente) un pugno di giudici di merito in forza di una lettura congiunta dell’art. 2043 e degli art. 32 e 2 Cost., con statuizioni volte a tutelare il diritto alla vita, con conse­guente obbligo di risarcimento quando menomata (e in questo senso la menomazione può tradursi solo con la morte) da lesione illecita. Se­condo questo orientamento, salute e vita non sarebbero beni diversi, sotto il profilo della tutelabilità; e si rivelerebbe impropria la distinzio­ne che ne scandisce la soluzione di continuità (1[19]).

Peraltro, al fine di superare l’iniquità scaturente dalla negazione del risarcimento del danno per perdita della vita, anche l’orientamento tra­dizionale ha dato ingresso a un florilegio di temperamenti, arrivando ad ammettere il risarcimento a titolo di danno biologico (c.d. danno biolo­gico terminale) a favore della vittima che sopravvive per un apprezza­bile lasso di tempo, da liquidarsi in relazione alla effettiva menomazio­ne dell’integrità psicofisica patita in tale periodo (la cui durata si è an­data via via riducendo, sino a ritenere sufficienti un lasso temporale di pochi giorni, se non ore). Nel diverso caso in cui la durata contenuta non sia suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra le­sione e morte, di degenerare in patologia e dare luogo al danno biologi­co, si è diffusa la soluzione di risarcire, a diverso titolo di danno mora­le, la vittima sopravvissuta, anche per brevi istanti, purché abbia perce­pito la sofferenza dell’evento lesivo e sia rimasta in lucida attesa della sua fine (danno catastrofale o catastrofico e danno da agonia).

Simili correttivi, che, da un lato, lasciano privo di tutela il caso di morte immediata, dall’altro hanno creato indebite sovrapposizioni delle diverse voci di danno (numerose le pronunce che anche recentemente hanno finito per identificare il danno tanatologico con il danno catastro­fico e svilito così la lesione del bene vita in sé considerato, ora ridu­cendo ai minimi termini il lasso di tempo idoneo a determinare una patologica lesione del bene salute, ora enfatizzando le sofferenze patite

nel breve intervallo intercorrente tra l’illecito e il decesso), vengono re­spinti dalla sentenza in rassegna.

È proprio la labirintica attività di cronometrare il lasso temporale di sopravvivenza delle vittime rispetto al momento del verificarsi dell’e­vento lesivo a emergere nel caso di specie, in cui gli eredi di una coppia hanno promosso azione risarcitoria per il ristoro dei danni iure proprio e iure hereditatis subiti a seguito della morte della madre avvenuta cir­ca tre ore e mezzo dopo il sinistro stradale in cui era stata coinvolta (e del padre, suicida per il grande dolore provocato dal decesso della mo­glie).

 

III. – Di fronte all’inestricabile dedalo consegnato dal panorama giu­risprudenziale, puntualmente ricostruito nell’iter motivazionale, la pro­nuncia in epigrafe decide di far chiarezza, accogliendo l’invito di quella dottrina che auspicava l’abbandono delle categorie dogmatiche, create e poste dagli interpreti a base dell’argomentare ma propense a divenire «gabbie argomentative» di cui risulta impossibile liberarsi anche quan­do conducono a un risultato interpretativo non più rispondente al pre­valente sentire sociale, che mal recepisce l’impunità, a livello civilisti­co, della lesione del bene primario della vita.

Viene così superato il rigido formalismo che connette al decesso della vittima il venir meno della sua capacità giuridica e, per l’effetto, la scomparsa di ogni centro di imputazione, in forza della diversa pro­spettiva che non è la morte ad essere oggetto del risarcimento quanto la perdita della vita. Per questa via la Cassazione aderisce a una visione che orienta la valutazione del bene vita (con la sua tutela) non già nella fase ex post (in cui evidentemente non vi può essere alcuna attribuzione del suo valore), ma in una fase ex ante, nella quale il soggetto non è af­fatto indifferente all’opzione fra sopravvivere o morire e, anzi, il per­manere in vita ha, per lui, un valore inestimabile. In altri termini, come precisa un passaggio della riportata sentenza, «quello che viene colpito è un bene che già fa parte del patrimonio della vittima rappresentato dall’aspettativa di vita media» (2[20]). I giudici di piazza Cavour abbando­nano, così, la rigida distinzione tra danno-conseguenza (il solo — se­guendo i dettami delle sezioni unite del 2008 (3[21]) — risarcibile) e dan­no-evento (ovvero la mera lesione di un bene, indipendentemente dal­l’incidenza che tale lesione abbia nella sfera giuridica del suo titolare), statuendo che il «ristoro del danno da perdita della vita costituisce in realtà ontologica e imprescindibile eccezione al principio della risarci­bilità dei soli danni-conseguenza», posto che in tal caso «non si tratta di verificare quali conseguenze conseguano al danno-evento, al fine di stabilire quali siano risarcibili e quali no (…) la morte determina la perdita di tutto ciò di cui constava la vita della vittima che avrebbe continuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l’ille­cito dell’autore non ne avesse determinato la soppressione». In questa stessa accezione la dottrina aveva ribadito che, ai fini risarcitori, rileva non tanto la concatenazione causale tra danno ed evento, letta da un punto di vista temporale in senso naturalistico, bensì la concatenazione logico-giuridica tra il danno e l’evento lesivo: essi possono prodursi anche simultaneamente, ma la lesione rappresenta il momento costituti­vo di un diritto di credito che entra istantaneamente nel patrimonio (come corrispettivo del danno ingiusto) al momento della lesione mor­tale, senza che rilevi la distinzione tra morte mediata o immediata (4[22]).

In particolare, la Cassazione registra la compatibilità della mutata vi­sione con una nuova sistemazione giuridica e concettuale, che ha dato ampio riconoscimento, anche a livello giuridico, al «bene vita», sia at­traverso interventi normativi di matrice nazionale e sovranazionale (5[23]); sia attraverso l’illustre precedente reso dalle sezioni unite in data 11 novembre 2008, cit., laddove, nell’intento di elaborare una categoria unitaria di «danno non patrimoniale» da contrapporre al «danno patrimoniale», si invitava a considerare, nella fase di liquidazione del danno, tutti gli aspetti in cui si atteggia il pregiudizio nel caso concreto, ivi compreso il danno da morte (6[24]). Dipanato ogni dubbio sull’autonoma rilevanza del

bene vita («altro e diverso dal diritto alla salute»), si ritiene che tale conclusione non precluda, ma anzi costituisca un rafforzamento argo­mentativo al riconoscimento del danno tanatologico. In altre parole, la pronuncia in rassegna supera la dicotomia, sino ad oggi invalsa nelle nostre aule, tra la tesi che fonda il ristoro di tale voce di danno, ricono­scendo nella vita il bene estremo della salute, e quella che nega tale vo­ce di danno sul presupposto della mancanza di collegamento tra danno biologico (inteso quale perdita della salute dell’integrità psicofisica) e danno da perdita della vita.

Una volta indicata con chiarezza la lesione di quale bene il meccani­smo risarcitorio è chiamato a riparare, i giudici di legittimità ritengono superate le obiezioni che vedono nel ristoro del danno tanatologico lo snaturamento del sistema risarcitorio, con modificazione della sua fun­zione compensativa in una punitiva propria della sanzione penale (7[25]), «giacché la funzione compensativa risulta per converso pienamente as­solta dall’obiettiva circostanza che il credito alla vittima spettante per la perdita della propria vita a causa dell’altrui illecito accresce senz’al­tro il suo patrimonio ereditario».

Non essendo questa la sede per una riflessione su una possibile fun­zione afflittiva del meccanismo risarcitorio nel nostro ordinamento, i profili non meramente compensativi potrebbero essere rivisti alla luce della prospettiva suggerita da autorevole dottrina (8[26]) che considera la perdita del bene vita «non già del singolo individuo che subisce bensì dell’intera collettività (…) calcolando il costo per la società al quale deve corrispondere un risarcimento capace (sul terreno civilistico e non solo quindi sul versante delle sanzioni penali) di trasmettere ai conso­ciati il disvalore dell’uccisione e la deterrenza della reazione dell’ordi­namento»: visione lambita, ma non avallata dalla Suprema corte.

Con l’enunciazione di principio secondo il quale «la perdita del bene vita, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile, è allora ex se risarcibi­le, nella sua oggettività, a prescindere dalla consapevolezza che il dan­neggiato/vittima ne abbia», può dirsi raggiunto il fine di riordinare il confuso scenario dei danni c.d. da morte, consegnato alla sentenza in epigrafe. Con il riconoscimento del danno tanatologico quale categoria autonoma di danno, la lesione del bene vita andrà risarcita, anche in ca­so di morte c.d. immediata o istantanea, restando del tutto disancorata dalla percezione, in capo alla vittima primaria del pregiudizio subìto (peraltro, l’irrilevanza della percezione della lesione subita ai fini risar­citori era già stata metabolizzata dalla giurisprudenza che ammette il ri­storo dei danni non patrimoniali alla persona giuridica, ad es. nel caso di danno morale soggettivo sofferto per la durata irragionevole del pro­cesso (9[27])).

Laddove alla lesione del bene vita (autonomamente risarcibile) siano anche seguite sofferenze della vittima nel pur breve lasso di tempo che ha preceduto la dipartita (c.d. danno catastrofico) e la lucida consape­volezza che tali lesioni porteranno rapidamente alla morte (c.d. danno da agonia, inteso come sofferenza inscindibile legata alla percezione della morte) (10[28]), il quantum risarcitorio dovrà riconoscere anche dette ulteriori voci di danno autonome e distinte. Esse possono anche non cumularsi: per il danno catastrofico è richiesta unicamente la percezio­ne della sofferenza subita a seguito delle lesioni e non già quella della percezione che tali lesioni siano mortali; per contro, qualora le lesioni siano talmente gravi da condurre a breve alla morte, non necessaria­mente la sofferenza da percezione di essere arrivati alla fine dei propri giorni è accompagnata da una sofferenza fisica (il giudice dovrà perciò accertare in concreto, onde evitare, come richiesto dai giudici di legit­timità nella sentenza riportata, arbitrarie duplicazioni).

 

IV. – La sentenza merita particolare attenzione anche per la parte in cui, di fronte all’assenza di sicure linee guida, non si sottrae all’arduo compito di individuare parametri per la quantificazione del danno ta­natologico: problema spinoso, data l’insita difficoltà di quantificare il valore del bene vita, ontologicamente sottratto a una diretta valutazione economica. Nell’elaborazione giurisprudenziale le uniche due soluzioni sin qui prospettate sono quelle adottate dal Tribunale di Roma, che ha preso a riferimento, quale indicazione di base, un parametro quantitati­­

vo fissato a livello normativo con la l. n. 497 del 1999, emanata per in­dennizzare i parenti delle vittime del disastro del Cermis (11[29]); e dal Tribunale di Venezia, che ai fini liquidatori si è avvalso del criterio ta­bellare, riferito a soggetto con invalidità del cento per cento (12[30]). Rite­nendo insoddisfacenti tali criteri, la corte ritorna a dialogare con la dottrina che, proprio a margine della pronuncia del giudice lagunare, aveva auspicato e prospettato criteri di liquidazione specifici, autonomi rispetto da quello dettato per il danno biologico (13[31]). Vengono così ri­chiamate le raffinate teorie che propongono criteri di carattere soggetti­vo, quali la teoria del «criterio del rischio equivalente», che collega il calcolo del valore di una vita alla «disponibilità di pagare non già per evitare un fatto certo come la morte, ma per ridurre una piccola proba­bilità di morte» (14[32]). Nella sua versione più tradizionale il criterio è an­corato a una valutazione puramente soggettivistica, chiamando il dan­neggiante a risarcire la vittima (rectius gli eredi) per un importo pari a quello che la vittima stessa sarebbe stata disposta a pagare (o accettare) al fine di evitare (o di sostenere) il rischio dell’illecito.

In alternativa si prospetta l’utilizzo di un parametro oggettivo-statistico della vita degli individui umani (c.d. valutazione sociale). Viene proposta, cioè, una lettura scollegata da parametri puramente soggettivi, valutando in maniera statistica il valore della vita umana e trasferendo la valorizzazione della riduzione del rischio dal singolo in­dividuo ad un soggetto portatore di interessi pubblici (generali): alla ri­cerca, dunque, della somma di denaro che una collettività opportuna­mente definita (i lavoratori di un certo settore, gli abitanti di una certa area geografica) è disposta a pagare per ridurre la probabilità di morte di un individuo, di identità non nota, appartenente alla collettività stes­sa (15[33]).

Entrambi i modelli evidenziano criticità: non vi è dubbio, tuttavia, che il criterio del rischio per equivalente, nella sua versione «soggetti­vistica», presti in ogni caso il fianco a non irrilevanti obiezioni. In pri­mo luogo, il modello s’inceppa di fronte a una curvatura patologica che induce a un «sovrainvestimento»: quando una persona viene posta di fronte al rischio di morte, tenderà a sovrainvestire in precauzioni, attri­buendo alla propria ricchezza nel periodo post mortem un valore pari a zero (in altri termini, se l’individuo annulla il valore prospettico del proprio patrimonio dopo il decesso, lo stesso tenderà a pagare qualsiasi importo a sua disposizione per ridurre, anche se in percentuale irrisoria, il rischio di perdere la vita) (16[34]). Inoltre, un simile meccanismo di quantificazione verrebbe di fatto a introdurre una differenza, moral­mente inaccettabile, nella quantificazione del danno in relazione alla misura del costo sopportato da ciascun individuo: quanto dire che il danno verrebbe aumentato, in sede di computazione della sua entità, in misura proporzionale alla ricchezza della vittima primaria (17[35]).

Anche il criterio alternativo di carattere oggettivo non va esente da riserve: l’adozione di un metro di misura legato a criteri generalizzati con riguardo a una massa di destinatari risente, a sua volta, di un ecces­sivo distacco dagli elementi legati al caso concreto che il giudice, nel risarcire una vita umana, dovrà in ogni caso tenere in considerazione.

Sul punto, i giudici di legittimità concludono che non pare «idonea una soluzione di carattere meramente soggettivo, né la determinazione di un ammontare uguale per tutti (…)», dovendo, invece, il giudice procedere per via equitativa sul presupposto imprescindibile che il di­ritto consenta di riconoscere alla vittima, per la perdita del suo bene su­premo, un ristoro equo. Una riflessione più articolata avrebbe forse pri­vilegiato la via compromissoria che, prendendo a base il parametro di una vita statistica, introduce elementi riferibili alla vittima, quali l’età e i costi assicurativi (da relativizzare in corrispondenza alla capacità pa­trimoniale dell’interessato), senza arrestarsi alla più generale indicazio­ne del criterio equitativo, che rischia di concedere una eccessiva discre­zionalità nella determinazione del quantum del danno tanatologico, in assenza di una griglia di indicatori oggettivi.

V. – Il superamento delle vecchie categorie ordinanti, che nel sele­zionare i beni non patrimoniali escludevano il danno tanatologico, ope­rato con uno stringente iter motivazionale con vocazione all’overruling, non potrà che avere un impatto sull’evoluzione giurisprudenziale futu­ra.

L’effetto a breve termine è che da oggi in poi i giudici non potranno più negare il risarcimento del danno tanatologico in forza di un mero richiamo alla tesi tradizionale legata a vecchi e, come ci insegna l’o­dierna pronuncia, superati schemi dogmatici, non più conformi non solo al sentire sociale, ma nemmeno al mutato scenario normativo e, da ora in poi, giurisprudenziale. Sarà ora quantomeno arduo giustificare: le disparità di trattamento (che l’impostazione tradizionale non riesce a superare) tra morte istantanea e non; il risarcimento del solo danno mo­rale della persona che, in angosciosa lucidità, attende la sua fine, men­tre non si tutela la persona in coma; l’illogicità di una selezione di beni da tutelare che esclude quello primario della vita.

L’effetto auspicabile a lungo termine è che il percorso tracciato dal­l’evoluzione del danno biologico venga seguìto anche per il danno ta­natologico: originato dal desiderio di superare soluzioni risarcitorie del bene salute legate alla redditività della vittima, il primo; dal desiderio di superare l’impunità, anche in sede civile, in caso di lesione del su­premo bene della vita, il secondo; entrambi riconosciuti con sentenze «rivoluzionarie». Percorso ormai giunto, per il danno biologico, ad un granitico accoglimento giurisprudenziale, sino ad approdare al recepi­mento legislativo (art. 13 d.leg. 38/00; art. 5 l. 57/01; art. 138 d.leg. 209/05). Per il danno tanatologico siamo giusto all’esordio: ma il primo passo è la metà dell’opera …

 

Chiara Medici

 


 (1) Vedi, ad es., il passaggio della motivazione di Trib. Palermo 10 settembre 2011 (Foro it., 2012, I, 1195, e, per esteso, id., Le banche dati, archivio Merito ed extra, 2012.49) con cui viene negato il danno da lesione del diritto alla vita richiesto dagli attori iure hereditario.

 (2) Cfr. Cass. 28 gennaio 2013, n. 1871, Foro it., 2013, I, 834 (nella cui motivazione si reiterano le consuete argomentazioni secondo cui, «in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta»).

 (3) «… una decisione radicalmente errata», commenta F. Martini, La volontà di realizzare una rivoluzione copernicana con la mancanza di solide basi giuridiche, in Guida al dir., 2014, fasc. 7, 30, 32, che — e su questo è difficile dissentire —, se avrà seguito, cambierà il «mondo del danno alla persona» e inciderà sul costo delle assicurazioni e del vivere civile.

 (4) Cass. n. 26973 del 2008, Foro it., 2009, I, 120.

 (5) Si rinvia a A. Palmieri-R. Pardolesi, Il ritorno di fiamma del danno esistenziale (e del danno morale soggettivo): l’incerta dottrina della Suprema corte sull’art. 2059 c.c., in Foro it., 2013, I, 3445.

 (6) In argomento, cfr. G. Grisi, Il principio dell’integrale riparazione del danno, in Le tutele contrattuali e il diritto europeo. Scritti per Adolfo di Majo a cura di S. Mazzamuto, Napoli, 2012, 167 ss.

 (7) L’allusione è al celebre motto hegeliano che, oltre alla sua versione più nota («Was vernünftig ist, das ist wirklich, und was wirklich ist, das ist vernünftig», ossia «ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale»), ha avuto anche una formulazione debole, riportata da un anonimo uditore del corso di filosofia del diritto tenuto da Hegel a Berlino nel 1819-20 («Was vernünftig ist, wird wirklich, und das Wirkliche wird vernünftig», ossia «ciò che è razionale diventa reale e ciò che è reale diventa razionale»): cfr. R. Bodei, Scomposizioni. Forme dell’individuo moderno, Torino, 1987, 212.

 (8) Cfr. Corte giust. 23 gennaio 2014, causa C-371/12, Foro it., 2014, IV, 129, in questo fascicolo, con nota di richiami.

 (9) Vedi, ad es., Cass. 25 settembre 2012, n. 16279, Foro it., 2013, I, 106, che ha censurato la statuizione con cui il giudice di merito, pur ravvisando gli estremi dell’illecito trattamento di dati personali di una persona il cui nominativo era stato iscritto tra i debitori insolventi in una banca dati gestita da un soggetto privato, abbia escluso la prova del concreto danno subìto dal ricorrente, senza spiegare su cosa tale convincimento si sia basato e trascurando ogni pronuncia sulla richiesta di istanze istruttorie che, ove autorizzate, si prestavano a evidenziare possibili profili di danno.

 (10) Vedi, ad es., Cass. 2 febbraio 2010, n. 2352, Foro it., Rep. 2010, voce Lavoro (rapporto), n. 820.

 (11) L’aporia, si badi bene, non è soltanto italiana. Basti ricordare la sapida celia di R. Cooter e Th. Ulen, Law & Economics4, Boston e a., 2004, 372, nell’evocare il quasi candido cinismo di un tipico commento difensivo: «Fortunately for my client, the victim died».

 (12) Cass. 3 marzo 2011, n. 6754, Foro it., 2011, I, 1035.

 (13) Lettera a Meneceo.

 (14) Sentire sociale che N. Lipari, Le categorie del diritto civile, Milano, 2013, 213, traduce nei termini seguenti: «il bene della vita non può essere radicalmente compromesso senza sanzioni (oltre che penali anche civili), in ipotesi limitando la tutela all’eventuale sofferenza che la vittima abbia subìto nel breve lasso di tempo tra la lesione e la morte».

 (15) Vedi, per una prospettiva a largo raggio, D. Horton, Indescendibility, di prossima pubblicazione su California Law Review (ma già disponibile su <ssrn.com>).

 (16) Passano in rassegna le diverse metodologie elaborate dall’ana­lisi economica del diritto per la misurazione dei non-economic damages, R. Cooter-D. DePianto, Damages for incompensable harms, in J. Arlen (ed.), Research Handbook on the Economics of Torts, Cheltenham, UK-Notrhampton, MA, 2013, 439 ss. Gli autori ritengono necessario che le corti seguano uno degli approcci ivi evidenziati, in considerazione del fatto che «the legal standards to determine these losses are as confused as the sentiments of ordinary people».

 (17) L’atteggiamento delle corti che, nell’area del danno alla persona, tendono alla standardizzazione, senza rinunciare alla personalizzazione, è proprio anche di altre esperienze giuridiche. Per una prima informazione sul sistema inglese, v. P. Cane, Atiyah’s Accidents, Compensation and the Law, 8th ed., Cambridge, UK, 2013, 160 ss.; ivi si osserva che «the courts still profess to compensate the injured person for the effects of the injuries on them as a unique individual. Clearly, there is potential inconsistency between this personalized approach and a tariff system; but [...] the tariff for particular injuries consists of a range of possible awards (i.e. an upper and lower figure) rather than a single sum» (p. 169).

 (18) Cfr., in prima approssimazione, S. Shavell, Risk aversion and the desirability of attenuated legal change, Discussion Paper No. 756, gennaio 2014, di prossima pubblicazione su American Law and Economics Review.

 (1) Trib. Venezia 15 giugno 2009, Foro it., Rep. 2010, voce Danni civili, n. 278; 15 marzo 2004, id., 2004, I, 2256; Trib. Macerata 26 luglio 2002, id., Rep. 2005, voce cit., n. 264; Trib. Foggia 28 giugno 2002, id., 2002, I, 3495.

 (2) Di danno tanatologico, inteso quale danno da morte come perdita dell’integrità e delle speranze di vita biologica, già parlava, seppur in via di obiter dictum, Cass. 12 luglio 2006, n. 15760, Foro it., Rep. 2006, voce Danni civili, n. 252, e, per esteso, Corriere giur., 2006, 1375, con nota di Ponzanelli.

 (3) Cass. 11 novembre 2008, n. 26973 (nonché le coeve sentenze nn. 26972, 26974, 26975), Foro it., 2009, I, 120, con nota di Palmieri, La rifondazione del danno non patrimoniale, all’insegna della tipicità dell’interesse leso (con qualche attenuazione) e dell’unitarietà.

 (4) Nella giurisprudenza di merito si erano già espresse in tali termini, Trib. Venezia 15 giugno 2009, cit.; App. Roma 4 giugno 1992, Foro it., Rep. 1993, voce Danni civili, n. 92, e, per esteso, Resp. civ., 1992, 597, con nota adesiva di Giannini e contraria di Pogliani. Cfr., riassuntivamente, Medici, Morte immediata della vittima e aporie della responsabilità civile: verso la caduta di un dogma, in Danno e resp., 2011, 1024.

 (5) Tra le fonti comunitarie: la carta dei diritti fondamentali del­l’Unione europea protegge il diritto alla vita (art. 2) e il diritto all’integrità della persona (art. 3); l’art. II-62 della Costituzione europea consacra il diritto ad esistere e la sua risarcibilità.

 (6) Cass. 11 novembre 2008, n. 26973, cit.

 (7) In tal senso, Cass. 24 marzo 2011, n. 6754, Foro it., 2011, I, 1035.

 (8) Lipari, Danno tanatologico e categorie giuridiche, in Riv. critica dir. privato, 2012, 523, 531.

 (9) Cass. 12 dicembre 2008, n. 29185, Foro it., Rep. 2009, voce Danni civili, n. 345. Sul danno morale soggettivo sofferto dalla persona giuridica per la durata irragionevole del processo, v., da ultimo, Cass. 4 giugno 2013, n. 13986, id., Mass., 440.

 (10) Per una disamina più approfondita delle due voci di danno, spesso assorbite, come emerge anche dai richiami giurisprudenziali operati dalla Cassazione, nell’unica voce danno catastrofale, cfr. Medici, Morte immediata della vittima e aporie della responsabilità civile, cit., 1024; in giurisprudenza, sul risarcimento del danno da agonia, v. Trib. Palermo 4 luglio 2007, Foro it., Rep. 2008, voce Danni civili, n. 276, e, per esteso, Danno e resp., 2008, 571, con nota di Rossetti, Risarcimento iure hereditario del danno non patrimoniale, che ha risarcito gli eredi del giudice Borsellino per la sofferenza subita dal congiunto nell’attesa di un attentato ormai annunciato.

 (11) Trib. Roma 27 novembre 2008, Danno e resp., 2010, 533, con nota di Tassone.

 (12) Trib. Venezia 15 giugno 2009, cit.

 (13) Medici, Morte immediata della vittima e aporie della responsabilità civile, cit., 1024.

 (14) Per un richiamo della copiosa letteratura statunitense si rinvia a Medici, op. cit., 1024, e, per una ricostruzione in chiave di analisi economica riferita anche al diritto nazionale, v. R. Caso, Uccidere è più conveniente che ferire: la distruzione della vita tra paradossi, irrazionalità e costi del «sistema» risarcitorio del danno non patrimoniale, in Dialoghi sul danno alla persona a cura di Izzo, Trento, 2006, 211.

 (15) Per concreti esempi di ricorso a tale indicatore, cfr. l’analisi costi e benefici dei progetti di investimento, elaborata dall’unità di valutazione della DG per la politica regionale e di coesione della commissione europea nel libro bianco della commissione europea La politica europea dei trasporti: il momento delle scelte (2001); nonché le proposte di direttive riguardanti il controllo della qualità dell’aria.

 (16) L’intuizione è di Porat-Tabbach, Risk of Death, in American Law and Economics Review, 2010, 29.

 (17) Medici, op. ult. cit., 1024, a cui si rinvia anche per i numerosi richiami bibliografici.